Maestro, ho letto che il suo amore per la musica è nato in età infantile, ma c’è un momento in cui ha scelto effettivamente di diventare musicista professionista? Altrimenti che cosa avrebbe voluto fare “da grande”?
«Posso dire che la convinzione di diventare un pianista c’è sempre stata, anche se questa consapevolezza con gli anni si è trasformata da un pensiero totalmente innocente e naïf, in età infantile, in un’idea portante di tutta la mia vita. Non è facile parlare della storia al condizionale, che cosa avrei potuto scegliere se non ci fosse stata la musica? I miei interessi mi portano in ogni modo ad esplorare territori ignoti, quindi potrebbe essere la scienza, lo sport, oppure altre forme artistiche come la scrittura e il cinema».

La vita del musicista è molto dura: ci sono stati nel suo percorso dei momenti in cui ha pensato di mollare tutto e cambiare direzione? Se sì, che cosa le ha dato la forza di proseguire?
«È vero, più che dura, la vita di un musicista è totalizzante. Penso che i momenti di sconforto si incontrino  su qualsiasi strada, se una persona vuole effettivamente percorrerla e non rimanere ferma in un zona di relativo confort. Diciamo che la curiosità e la voglia di vedere cosa c’è dietro la svolta ha sempre prevalso sopra ogni dubbio. Ma ancor di più, è stato il supporto della mia famiglia, che nei momenti di “sbandamento” mi dava la forza e mi ricordava il vero valore delle cose».

A Torino presenta un bellissimo programma, tutto dedicato a Chopin. Tra i brani che eseguirà ce n’è uno a cui si sente maggiormente affezionato? Perché?
«Se proprio dovessi scegliere – una cosa che mi viene davvero difficile – sceglierei i 24 Studi di Chopin, ma li nominerei come insieme, perché sento che ci sono dei legami nascosti tra uno Studio e l’altro e mi affascina scoprirli per poi far partecipare anche il pubblico a queste scoperte».

Non le capita di annoiarsi a ripetere l’esecuzione degli stessi brani per molte sere consecutive?
«No, penso che potrebbe capitare solo in un caso: se quello che faccio sul palcoscenico non fosse sincero, se non facessi passare attraverso di me ogni nota che suono. Quando suoni come respiri, la noia non può subentrare: chi potrebbe mai stancarsi di respirare?! »

Spesso ci lamentiamo che le sale da concerto (almeno in Italia) sono poco frequentate dai giovani. Secondo lei, quali sono le strategie più efficaci per attrarre nuovo pubblico (e specialmente giovani) all’ascolto della musica classica dal vivo?
«Una ricetta miracolosa non c’è. Si sta già facendo tanto il questa direzione, però spesso sono degli sforzi non coordinati tra di loro. Penso invece che solo una combinazione di diverse misure (anche quelle già provate) potrebbe portare ad un risultato notevole. Bisognerebbe agire da una parte sul pubblico, facendo vivere ai ragazzi di oggi la musica in prima persona, perché l’ascolto dal vivo è un momento magico, quando si assiste e si partecipa ad un vero e proprio miracolo della creazione. Dall’altra parte è indispensabile individuare dei meccanismi che permettano ai nuovi artisti di valore, capaci di suscitare emozioni vere, di raggiungere le grandi scene. Per ultimo, direi che se la musica potesse tornare ad occupare una posizione più centrale nella nostra vita, questo porterebbe benefici inestimabili a livello sociale e gioverebbe allo sviluppo del nostro paese anche nei settori non collegati direttamente alla musica. Perché l’arte è il cibo della nostra anima, e le persone con un’anima bella compongono una società armoniosa e di successo».

Oggi, nell’era digitale, a molti neo-virtuosi basta aprire un canale Youtube o un profilo Instagram per raggiungere immediatamente milioni di ascoltatori ottenendo grande visibilità, consenso e (spesso) contratti discografici. Secondo lei questo cambia in qualche modo la percezione che l’artista ha di se stesso, il valore della sua arte e il giudizio di pubblico e critica?
«Sì, oggi abbiamo molti più strumenti di comunicazione a portata di mano, però la facilità del successo nel mondo virtuale è ingannevole: dietro le vere storie di affermazione “on-line” c’è molto lavoro. Neanche i grandi numeri sono sempre sinonimo di qualità. Questo modo di essere ci spinge verso superficialità, verso il confronto con un pubblico meno esigente, verso l’abbassamento dell’asticella del gusto e dello stile. Ma nello stesso modo vedo che molte persone non si sentono soddisfatte da questa realtà e rivolgono sempre di più il loro interesse verso i valori veri. Sono molto fiducioso che questo ritorno a una nuova profondità e pienezza di vivere sarà portata avanti soprattutto dai giovani e che l’industria musicale li seguirà in questa loro esigenza».

Lei è direttore artistico del Vladimir Krainev Moscow International Piano Competition per giovani pianisti. Quali sono le doti che deve possedere chi vuole intraprendere la carriera di concertista professionista?
«Il talento è la prima cosa, questo perché il pubblico aspetta che sul palcoscenico avvengano cose fuori dal comune, ed è giusto che sia così; una grande capacità e voglia di apprendere; un’apertura mentale e capacità di lavorare in un regime di multi-tasking, perché la velocità dei cambiamenti nel mondo di oggi è elevatissima e bisogna sapersi orientare e distribuire le proprie forze su più fronti; saper comunicare; possedere una resistenza fisica e psichica adeguata. In tutto questo, ed è la cosa principale,  mantenere intatto e sempre giovane il proprio amore per la musica».

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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