«Ciò che non si può dire e ciò che non si può tacere, la musica lo esprime», Victor Hugo

Le notizie documentate sul soggiorno torinese di Wolfgang Amadeus Mozart e del padre Leopold sono pressoché inesistenti. Laura Mancinelli ha regalato al pubblico un affascinante ritratto del musicista adolescente, nelle due settimane passate nella capitale del Regno di Sardegna, e poi da adulto. L’occasione di celebrare i 250 anni dal suo soggiorno si è concretizzata in un’intrigante formula che intreccia le parole dell’autrice a brani del repertorio cameristico del grande compositore. Quali aspetti di questa narrazione ha utilizzato per confezionare la partitura drammaturgica?
Il punto di partenza sono stati proprio i racconti di Laura Mancinelli: ho iniziato con Amadé, dove la scrittrice immagina un soggiorno torinese di due settimane, nel 1771. Ho poi letto L’ultimo postiglione e Il fantasma di Mozart: ero a conoscenza della musica che sarebbe stata eseguita e, realizzando un progetto online e non in presenza, mi sono dovuta misurare con i vincoli di tempo e di attenzione degli spettarori. Così ho strutturato i racconti in tre distinti appuntamenti, perché ho riflettuto anche sulla possibilità di renderli autonomi, immaginando che le persone potessero decidere di guardare una sola puntata o tutte. Ho molto asciugato i brani e ho cercato di coglierne gli aspetti fondamentali, dipanando un ideale fil rouge nel percorso di Mozart – adolescente, adulto e prossimo alla fine, infine fantasma -. In Amadé è centrale la storia d’amore con una ragazzina, Rosa, nome che ritorna in tutti e tre i racconti. La Mancinelli lo descrive come il primo vero amore del musicista e con una licenza poetica ho deciso di far tornare un personaggio con lo stesso nome anche ne Il fantasma, il terzo appuntamento.

Ci descrive le atmosfere dei tre racconti?
Nel primo capitolo c’è, come anticipato, una storia d’amore: quel che mi aveva impressionato nel racconto era la volontà di vivere, l’energia, la follia, la capacità di ricavare dalle esperienze emozioni talmente forti da tradurle in musica. Nell’Ultimo postiglione troviamo, invece, un Mozart ombroso, che si fa delle domande che non trovano risposta, se non nella musica. Laura Mancinelli ha curato molto gli aspetti psicologici di Mozart, sia nel primo sia nel secondo racconto, dove ci troviamo in una sorta di monologo interiore, nel quale il musicista riflette sulla propria esistenza. Nel Fantasma, che ho dovuto sacrificare di più nella sua lunghezza, mi sono fatta attrarre dal rapporto tra i protagonisti: dialoghi sospesi, gusto del personaggio maschile musicalmente molto attento, le telefonate anonime. Mi aveva incantata il rapporto ambiguo tra i due protagonisti e allora ho affondato il coltello, inserendo alcuni indizi per risolvere il mistero.

Come si è articolato il lavoro tra la sua linea registica e la direzione musicale di Antonio Valentino? La scelta dei testi è stata condizionata da quella dei brani o viceversa?
La musica ha bisogno di un tempo più lungo per essere studiata, mentre il mio lavoro è arrivato in corso d’opera. C’è stata una grandissima collaborazione con Antonio Valentino, sono stati aggiunti diversi pezzi, tra cui una sonata intera: quella dell’Ultimo postiglione è stata pensata apposta, non era in programma. Ho chiesto che venissero fatte delle citazioni, quindi mi sono stati concessi appositi passaggi musicali, per entrare al meglio nella trama del testo.
Alcune volte ci siamo permessi licenze poetiche rispetto alla stesura originale di Mancinelli: se non c’erano collegamenti o riferimenti particolari nel testo, abbiamo cambiato il brano per unire il più possibile musica e parole.
Mancinelli ha scritto molto sul modo di leggere la musica di Mozart: come se te la spiegasse, se te la facesse vivere in un altro modo, una lettura più emotiva. In certi momenti musica e parole s’incastrano, in altri – per una questione di purezza –  il genio creativo di Mozart farà da padrone.

Mozart è un’icona che travalica la storia della musica: enfant prodige, genio anticonformista, al centro di spettacoli teatrali e di film: la ricchezza e l’intensità della sua musica sono state la maggior rivincita sulla solitudine e sofferenza della sua vita?
Mi è piaciuta la lettura che Mancinelli ne dà, mi ha colpito in particolare questo passaggio:

– Vedete, padre, quando mi sono trovato davanti alla morte, così all’improvviso, mentre camminavo canticchiando, con la testa piena di note, ho provato un tale turbamento che tutte le note sono fuggite via. E dentro di me si è fatto silenzio.

– Capisco. Ma dal dolore, dal pensiero della morte, come pensi di poterti difendere?

– Richiamando nella mia mente tutte le note che erano fuggite e schierandole in difesa come un esercito di arcieri pronti a scagliar frecce contro il cavaliere dal mantello nero. E dopo aver respinto l’assalto del nemico mi siederò sul campo di battaglia con quei miei compagni d’armi, le mie note. A pregar Dio che voglia dirmi sempre la capacità di trasformare tutto in musica, il bello e il brutto della vita. Così credo che potrò salvarmi.

Trovo meravigliosa l’idea delle note che lo difendono: per un artista possono essere una volta il pennello un’altra volta la voce… Sono convinta che la salvezza dalla disperazione, dal dolore, dalle domande sulla vita che non trovano risposta siano il momento stesso dell’atto creativo. Quando si crea è come se ci si trovasse in una bolla magica dove la vita viene dimenticata, come si riuscisse a esorcizzare qualcosa: si entra in una dimensione superiore, diversa.

Come artista che emozione le suscita la possibilità di tornare sul palcoscenico? E di contro, la mancanza del pubblico come condiziona la sua percezione del lavoro?
Il pubblico non è sostituibile con le riprese, che in questo momento sono un fondamentale sostegno al comparto artistico. Online si crea un altro prodotto, altrettanto valido, ma è altra cosa: il respiro comune, l’energia sul palco è qualcosa di condiviso. Non avere la risposta immediata fa cambiare il tuo livello emotivo: le emozioni mentre sei in scena cambiano, dalla razionalità di quello che stai dicendo alla percezione dello spettatore che tossisce, a quello che si alza… A volte hai la sensazione che gli spettatori ti abbraccino, che stiano li a farti forza nei momenti più drammatici. Tornerà così, ma dobbiamo aspettare. La nostra professione vive dell’attimo della creazione e quella magia per fortuna resta.

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