Maestro, è bello ritrovarla sul palcoscenico dell’Unione Musicale! Quest’anno fa da “padrino” a Stephen Waarts, una delle più belle promesse del panorama violinistico internazionale. Come vi siete conosciuti?
«Con Stephen ci siamo incontrati al Krzyzowa Festival in Polonia nel 2015 e sono circa 3 anni che lavoriamo insieme regolarmente. Sono felice di aver modo di “presentarlo” al pubblico della mia città per il suo primo concerto a Torino, anche se normalmente non ha certamente bisogno di presentazioni!»

Quali sono le caratteristiche umane e musicali di questo violinista che più la colpiscono?
«Ha un talento ed intelligenza estremamente evidenti, penso il pubblico se ne accorgerà subito! Inoltre possiede una capacità di concentrazione e comunicazione molto speciali, con un suono bello ed espressivo. Lavorare con lui è molto stimolante per la sua professionalità e la cura di ogni dettaglio. In generale abbiamo temperamenti e caratteristiche diverse ma, fino ad oggi, questo è stato un aspetto positivo che offre ad entrambi qualcosa di nuovo e arricchente».

Com’è stato lavorare insieme per il vostro recente disco per Rubicon Classics? Come avete affrontato il lavoro?
«Il disco è stato un momento molto naturale, in quanto abbiamo registrato dei brani che avevamo già suonato diverse volte in concerto. Specialmente la musica di Bartòk, che abbiamo eseguito spesso in questi anni, appartiene a uno dei compositori su cui sentivamo di avere un’opinione più forte e che volevamo comunicare. Incidere un disco è sempre un momento di verifica ma non solo… anche  di sperimentazione!»

Lei è un apprezzato solista: che cosa le offre di diverso l’esperienza cameristica, che frequenta regolarmente?
«In questo momento non riesco a pensarmi come solista con una carriera diversa da quella di un camerista. Ovviamente sono esperienze diverse sul palcoscenico, però questa divisione è, secondo me, artificiosa. In altre parole: quello che m’interessa è la musica, senza distinzioni, e personalmente trovo che un bravo musicista, per essere tale, ha bisogno di suonare con altri. Non è necessariamente vero il contrario, invece, e anche questo mi fa riflettere. Un musicista, e il pianista in particolare, passa molto tempo da solo, quindi un po’ di condivisione mi sembra una cosa salutare, da imparare.
Ciò che ricevo dalla musica da camera poi non è solo l’esperienza in sé, lo scambio d’idee, quello che s’impara; è anche una questione di conoscenza del repertorio: come potrei affrontare mai alcuni lavori fondamentali presenti solo nel repertorio di musica da camera? L’unico compositore che possa essere “conosciuto” suonando soltanto da soli è Chopin (fino ad un certo punto, se non altro) e forse Liszt, ma per gli altri no. Suonare per esempio Brahms, Beethoven, Schumann o per l’appunto Bartók, senza conoscerne e suonarne il repertorio cameristico mi sembrerebbe una carenza e anche un peccato, poichè ci sono lavori di una bellezza assoluta che non assomigliano a nessuna composizione per pianoforte solo.
Se prendiamo il caso delle due Sonate di Bartók per violino e pianoforte – di cui io e Stephen suoneremo la seconda – possiamo affermare che sono due capolavori e nel repertorio per pianoforte solo non c’è nulla di analogo per stile compositivo. La Sonata per pianoforte è estremamente diversa, così come gli altri lavori per il mio strumento solo. Come si può fare a meno di queste opere se si desidera conoscere Bartók? Ovviamente avere a disposizione un’orchestra con cui affrontare i Concerti è molto meno scontato, così come suonare i suoi Quartetti per archi però, per quanto possibile, cerco di avvicinare un certo linguaggio compositivo in maniera il più possibile ampia.
Con gli anni sto sviluppando un’opinione sempre più forte a questo riguardo, almeno rispetto alla mia natura e personalità. Non è facile portare avanti repertorio solistico e cameristico insieme, ci vuole molto tempo e si tratta anche di due approcci mentali diversi, però ne sento in questo momento il desiderio e la necessità».

Spesso ci lamentiamo che le sale da concerto (almeno in Italia) sono poco frequentate dai giovani. Secondo lei, quali sono le strategie più efficaci per attrarre nuovo pubblico (e specialmente giovani) all’ascolto della musica classica dal vivo?
«Direi quelle che sempre di più si stanno già attuando: coinvolgere i giovani in modo attivo, non soltanto con l’ascolto di una prova, ma con lezioni nelle scuole, o coinvolgendoli addirittura nell’organizzazione degli eventi (come già fanno per alcuni enti in Italia), oppure nell’aiutarli a spiegare e condividere anche la musica che ascoltano. Credo sia utile tutto ciò che può abbattere l’idea di separazione della classica dal nostro mondo contemporaneo. Insieme a tutto questo, secondo me è fondamentale cercare situazioni alternative di ascolto: luoghi diversi, concerti più brevi, informali ecc… I giovani sono curiosi e attivi, ma vivono un mondo che è diverso da quello da cui proviene un recital tradizionale, ed è quindi importante trovare portali gradualmente verso il concerto».

La vediamo spesso anche in platea. Da ascoltatore, che cosa ricerca in un concerto?
«La cosa che credo ognuno di noi ricerchi nell’Arte: un’impressione di verità su di noi e il mondo, fosse anche solo per un breve momento».

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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