Tra i brani che presentate a Torino ce n’è uno a cui vi sentite maggiormente affezionati? Perché?

«In realtà tutti i brani in programma a Torino hanno segnato e segnano la storia della nostra formazione. Il Quartetto in sol minore di Mozart è stato il brano con cui ci siamo conosciuti e abbiamo iniziato a suonare insieme, ormai sei anni fa e che ciclicamente torna a farci compagnia nelle sale da concerto mentre quello di Mendelsshon – rarità delle sale concertistiche senza apparente ragione vista la meravigliosa fattura compositiva – è invece l’ultimo che abbiamo affrontato, sicuramente con uno sguardo più consapevole e maturo. Il Quartetto di Schumann è probabilmente quello che più ci rappresenta: emblema del Romanticismo (come il personaggio, Werther, che dà il nome alla nostra formazione), fra qualche mese potremo inciderlo, insieme ai Quartetti di Strauss e Mahler, in un progetto dedicato alla musica tedesca di inizio e fine Ottocento».

Qual è il momento più emozionante che ricordate nel vostro percorso musicale come Quartetto?

«Vorremmo citarne due. Il primo oltre che emozionante è stato anche inaspettato. Abbiamo infatti avuto notizia in piena pandemia, durante il primo lockdown, che avremmo ricevuto il Premio Abbiati come miglior giovane ensemble cameristico: oltre che coglierci di sorpresa ci ha davvero riempiti di orgoglio, consapevoli dell’onere e dell’onore che un tale premio comporta.
Il secondo momento che ricorderemo a lungo è il concerto che abbiamo tenuto durante il Festival dei Due Mondi di Spoleto: non solo per il prestigio del Festival e in quanto rappresentanti dellAccademia Nazionale di Santa Cecilia, ma per l’intimissimo calore e l’entusiasmante gioia che, sulle note di Schumann, ha reso speciale il fare musica insieme».

Voi tutti avete collaborato anche con altre formazioni cameristiche. Quando avete fondato il Quartetto Werther che cosa cercavate di speciale? Qual è la vostra identità musicale (anche in divenire…)?

«Così come ogni artista è un unicum, anche il gruppo ha una sua identità, somma delle singole personalità che si intrecciano tra loro in complicità, percepita come “intesa segreta”. La passione, la determinazione e l’ispirazione, sono elementi fondanti di questa complicità che si arricchisce, come nel nostro caso con la presenza di Vladimir, anche della multiculturalità.
Essere un unicum significa anche perseguire l’obiettivo dell’originalità non intesa nell’accezione parossistica di eccentrico o necessariamente fuori dagli schemi. Essere originali per noi, significa vivere ogni nota che si suona con il proprio sentire, senza voler imitare o rubare il sentire di un altro, ma inserita nel contesto suggerito dal testo scritto. Se è vero che l’artista sincero esprime il suo sentire mentre suona, è vero anche che ciò che esprime è il suo modo di sentire l’affetto che il compositore nel testo suggerisce.
In questo contesto si delinea la nostra identità e la nostra “mission”: suonare non per pochi competenti, non per pochi non competenti, non per alcuni, ma per tutti, affinché noi, semplici tramiti tra autore e pubblico, possiamo rendere chiara, semplice, diretta e aperta a ogni tipo di ricezione e interpretazione la musica che stiamo eseguendo, forti del fatto che il suo cuore pulsante sia la sua universalità».

Qualche anno fa per un giovane musicista di talento l’unica possibilità di emergere era vincere un prestigioso concorso internazionale; oggi, nell’era digitale, a molti neo-virtuosi basta aprire un canale Youtube o un profilo Instagram per raggiungere immediatamente milioni di ascoltatori ottenendo grande visibilità, consenso e (spesso) contratti discografici. Secondo voi questo cambia in qualche modo la percezione che l’artista ha di se stesso, il valore della sua arte e il giudizio di pubblico e critica?

«È molto importante per un artista di oggi saper distinguere tra la popolarità virtuale e il valore reale. La popolarità sui social nasce prima di tutto da una capacità di comunicare attraverso questi canali, che è una qualità diversa da quella di esprimersi su un palcoscenico, ed è importante non confondere le due cose. Sappiamo bene che ascoltare un video sui social di pochi secondi non equivale assolutamente a partecipare a un concerto dal vivo, né tantomeno a una prova di concorso e, di conseguenza, i parametri di giudizio sono completamente falsati. Sui social mostriamo il meglio di noi e i pareri sono, per forza di cose, sempre positivi, per il fatto stesso che non esiste su Instagram o Facebook il “dislike” e quasi nessuno ha voglia di scrivere un commento negativo. Questo non deve condizionare la percezione che un artista ha di sé; inoltre difficilmente la popolarità sui social influenzerà il giudizio della critica, che si basa invece sull’esperienza dal vivo.
Non si può negare, però, che oggi i social network siano la forma di comunicazione per eccellenza e qualsiasi artista deve in qualche modo farci i conti. Con la consapevolezza che nulla hanno a che vedere con lo studio e la profondità di un interprete e che difficilmente potranno determinare una carriera, possono essere sicuramente utili per delineare il proprio profilo, coinvolgere i ragazzi più giovani, raggiungere persone che, magari, dallo schermo potranno passare alla sala da concerto».

 

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