I musicisti del vostro ensemble arrivano tutti da Paesi diversi. Come vi siete incontrati e cosa vi ha spinto a lavorare insieme?
«L’idea di suonare insieme è nata dall’incontro dei primi membri del gruppo in occasione di uno stage organizzato dal Festival d’Ambronay. Queste accademie, come altri eventi o progetti europei di musica antica, sono spesso luoghi di incontro e scambio tra giovani musicisti di diversi Paesi. Gli altri membri si sono aggiunti nel tempo, grazie alla conoscenza reciproca. La stima, la comune affinità e l’interesse condiviso per il repertorio sono gli elementi che ci hanno spinto a lavorare insieme. Ma, soprattutto, riteniamo di avere in comune una certa estetica e una maniera di suonare e fare musica».

 La Vaghezza” è un nome curioso, perché l’avete scelto?
«Con questo nome ci riferiamo a un ideale estetico che ci affascina e che cerchiamo di trasmettere suonando: “vaghezza” è una sorta di bellezza inspiegabile, quasi irraggiungibile, il cui potente fascino risiede proprio in quella misteriosa natura vaga che non può essere pienamente compresa con la ragione. Questo concetto è una presenza centrale nei trattati del periodo di cui eseguiamo più frequentemente la musica: il primo Barocco e lo sviluppo del linguaggio strumentale nel corso del XVII secolo».

 In che modo affrontate l’aspetto improvvisativo del vostro repertorio?
«L’improvvisazione è una parte fondamentale del nostro approccio al repertorio e non solo perché lo prevedono le pratiche storiche dell’ornamentazione e della diminuzione. Nella nostra preparazione, infatti, cerchiamo di lasciare liberi altri elementi del discorso musicale che possano così essere “coordinatamente improvvisati” durante il concerto. Ci sono regolarmente improvvisazioni degli strumenti del basso continuo, non solo all’interno delle opere del programma, come è prassi storica, ma anche elaborando momenti musicali autonomi che danno coerenza e dimensione al discorso. Consideriamo l’improvvisazione come qualcosa che da un lato ci dà una grande libertà e dall’altro ci pone in uno stato di intensa attenzione e ascolto, che ci obbliga a seguirci spontaneamente per poter infine creare una performance che trascende la mera somma delle singole iniziative».

 Il programma che presentate a Torino si intitola “Mirabilia”: che cosa pensate il pubblico vi troverà di più “mirabile” o sorprendente?
«Il programma rientra nel nostro percorso artistico sulla musica strumentale italiana, o di sua influenza, del XVII secolo. Si tratta di un linguaggio non troppo codificato da regole, proprio perché nasce in opposizione all’estetica precedente. Per questo, risulta innovativo, fresco e brillante anche alle orecchie di un pubblico odierno. Il nostro primo cd, Sculpting the fabric (Scolpire il tessuto), si concentrava sugli esordi di questo linguaggio. Questo nuovo programma si ispira invece alle Wunderkammer, Camere delle Meraviglie, in cui si collezionava ciò che era prezioso, insolito ma anche deforme e spaventoso: vorremmo che fosse l’accostamento di brani di natura molto diversa a suscitare questa “meraviglia”».

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale