Quest’anno debuttate a Torino. Per chi non conosce la vostra formazione, ci raccontate come è nato l’ensemble Quoniam?
Quoniam è un consort di fagotti rinascimentali. È stato fondato nel 2000 dal fagottista padovano Paolo Tognon, con lo scopo primario della ricerca storica sulla rievocazione di un suono affascinante ed arcaico. Il primo passo è stato quello di ricostituire uno dei possibili gruppi di strumenti uguali per esplorare un repertorio ed una gamma espressiva importante del fagotto più antico tramite il fagotto chorista o dulciana.
Attraverso la ricerca sulle sonorità, sulle articolazioni, sulla intrinseca vocalità, sul repertorio, Quoniam cerca di offrire ai moderni ascoltatori la possibilità di affinare la conoscenza, di stimolare la curiosità di riscoprire ed incuriosirsi alle sfumature e la ricchezza di un suono così ricco ed elegante. Se l’idea iniziale era quella di costituire un ensemble omogeneo di fagotti choristi, oggi sperimentiamo anche incursioni nei cosiddetti broken consort (ensemble disomogenei), con l’inserimento di altri strumenti come il flauto e il trombone o il violino. Questo ci permette, paradossalmente, una maggior possibilità di evidenziare le peculiarità e la personalità del fagotto chorista.

Com’è nata la collaborazione con Cinzia Prampolini? Avete realizzato altri progetti insieme?
La collaborazione con Cinzia Prampolini, soprano modenese con una grande esperienza concertistica e di studio sulla retorica musicale, nasce nel migliore dei modi: ascoltandola dal vivo! Abbiamo sempre avuto un’attenzione particolare ai solisti che hanno lavorato con noi in questi due decenni, ma una delle qualità che è emersa immediatamente dopo aver sentito Cinzia cantare è l’incredibile morbidezza del timbro e duttilità del fraseggio oltre ad una non scontata intelligenza musicale. Per noi strumentisti ad ancia doppia è quasi fondamentale sapere di poter lavorare con cantanti in grado di garantire una precisione quasi maniacale. Una parete sulla quale poi affrescare tutti gli altri significati e significanti del repertorio in programma che altrimenti diventerebbero solo una scolastica rappresentazione di corretta esecuzione. Altri progetti con Cinzia sono in uscita a breve per l’etichetta Torculus Records: uno in particolare di musica medievale, in cui la dulciana assume un ruolo ancora più vocale che strumentale, come in una sorta di dialogo tra timbri.

All’Unione Musicale presentate un programma curioso e raffinato: una selezione dall’opera Vezzo di perle musicali di Adriano Banchieri, il cui unico esemplare oggi si trova presso il Civico Museo Bibliografico Musicale di Bologna. Avete fatto delle particolari ricerche in vista dell’esecuzione? Quali sono le caratteristiche salienti che vi hanno colpito di quest’opera? Che cosa comunica all’ascoltatore di oggi?
La sfida che ci siamo posti, coraggiosa in effetti, è stata proprio presentare un programma in veste monografica. Non è affatto usuale, a meno che non si parli di autori successivi, presentare opere tratte dalla stessa raccolta, e non intervallate da altri generi o autori. Ma la scrittura di Banchieri chiede una sorta di ritualità dell’ascolto che ci è parso buona cosa onorare così. Nelle indicazioni del manoscritto dell’autore, di cui abbiamo consultato copia a Bologna, c’è l’indicazione piuttosto insolita-. “si può variare un istesso concerto in 6 modi, con una e due parti così voci, come stromenti“. Banchieri è un autore molto colto che si è espresso anche in altre discipline, come la letteratura. Non poteva essere presa come indicazione volante la sua, ecco il motivo per cui, insieme a Cinzia Prampolini, che ha recentemente dedicato precisi studi ad alcune opere sacre di Banchieri, ci siamo divertiti a trovare almeno un paio di modi per eseguire i mottetti. Naturalmente ogni progetto nasce non solo dallo strumentario che si ha a disposizione, ma anche dalle caratteristiche umane che i musicisti portano all’interno del gruppo; leggere la musica e vederla suonata da noi è stata quasi un’epifania… Senza esagerazioni, quella del Vezzo è una scrittura così adatta al nostro gruppo che non abbiamo avuto molti dubbi sul proporlo in questa veste. L’armonia mai scontata, le figure melodiche così perfettamente e retoricamente saldate al testo del Cantico dei Cantici hanno solo messo la firma su un progetto che doveva assolutamente essere nostro.
I mottetti sono a due voci e continuo. Credo che a livello soggettivo possano esserci infinite volontà comunicative, ma alla fine l’aspetto che emergerà, e che privilegiamo, sarà quello di una linearità in favore della comprensione della bellissima musica di Banchieri.

Al fondo della pubblicazione si leggono curiose raccomandazioni dell’autore agli interpreti: “con affetto e gravitá” e “senza diminuzioni e gorghe”. Che cosa significano? Era prassi comune all’epoca questo dialogo “a distanza” tra autore e esecutore?
Banchieri, che ricordiamo anche come fine letterato, era rossiniano nelle sue indicazioni. Basti pensare che nei suoi Precetti esistono una gran quantità di regole, tra le quali anche le nostre annotazioni, che son quasi buffe agli occhi di noi moderni, ci viene da pensare che fosse circondato da allievi e musici indisciplinati. Eccone alcuni divertenti esempi:

Cantando in compagnia non superare li compagni
A casa non si canti mai solo, ma si legga, e questo finché non è sicuro cantore
Star mortificato cogli occhi al libro
Numerare le pause piano e con attenzione
Non far storcimenti di vita, occhi e bocca
Cantar giusto e accentuato senza tante sgorghe
Non si canti nel naso ovvero tra i denti
Non pigliar mai fiato sopra le note appuntate
Star sopra a vedere quelli che cantano sicuri
Obbedire il maestro e onorari li maggiori
e per ultimo: sfuggire l’ambizione e vanagloria in se stesso e invidia in altri, havendo a memoria quel precetto di Orazio: “Nec tua laudabis studia aut aliena reprehendas”

Queste indicazioni hanno un che di bonario nella loro veste di consiglio, ma poi ci si rende conto che sono quasi ordini perentori… Ce ne si accorge quando si prova ad eseguire in modo meno affettuoso o grave (dove il grave è l’agogica più che l’indicazione del tempo metronomico) il brano che invece nasce con quelle richieste autoriali: semplicemente non funziona o suona accademico.
Senza diminuzioni o gorghe, poi, è una di quelle indicazioni che ci conforta: dunque non è un atteggiamento esclusivo dei musicisti contemporanei, sempre pronti a dar sfoggia di virtuosismi?
È il “less is more” del Seicento!

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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