Maestri del Trio Quiròs, il vostro ensemble si distingue per l’originalità dell’organico, come vi siete conosciuti e cosa vi ha spinto a lavorare insieme?
«Ci siamo incontrati in Conservatorio durante un corso e immediatamente si è instaurato un meraviglioso rapporto umano che ci ha portati a desiderare di suonare insieme. Ci piaceva l’idea che tutti noi, nonostante la nostra formazione accademica, volessimo sperimentare qualcosa di nuovo e l’incontro tra i nostri strumenti ha rappresentato sicuramente una sfida. Cercando di sfruttare l’originalità, nonché punto di forza del nostro ensemble, ci siamo dedicati alla ricerca di repertori che potessero valorizzarne i timbri ed esaltarne le qualità tecniche-espressive».

Il mandolino è uno strumento usualmente associato alla musica dell’Italia meridionale: in che modo si adatta alle musiche americane?
«Il mandolino in Italia è erroneamente associato alla sola tradizione popolare e in particolare a quella meridionale, ma in realtà si tratta di uno strumento apprezzato e suonato in tutto il mondo, che negli ultimi anni sta vivendo una vera e propria primavera. Infatti ha un’antica e ricca storia legata alla musica colta che vanta autori come Vivaldi e Beethoven per arrivare fino alla musica contemporanea del XX secolo, in cui compositori come Maderna e Chailly scrivono pagine importantissime per questo strumento. Il mandolino si adatta con facilità alle sonorità americane perché presente nella tradizione del choro brasiliano o della musica jazz e bluegrass, quindi è uno strumento legato sia all’America del Nord sia all’area latinoamericana».

Cosa vi ha guidato nella scelta del programma?
«Suoniamo quello che vogliamo, quello che ci piace davvero. Dal momento che dobbiamo adattare al nostro ensemble qualsiasi cosa scegliamo, partiamo da ciò che amiamo senza distinzione fra generi o repertori: abbiamo impostato il nostro programma accostando brani della tradizione cameristica vocale a brani strumentali per orchestra a plettro, oltre a tanghi o imponenti partiture per orchestra, cercando sempre di non snaturare il carattere della singola composizione né tantomeno quello dei nostri strumenti. Non è facile certamente, è un lavoro ogni volta mastodontico, maturato con l’esperienza e la consuetudine di lavorare insieme, che funziona soprattutto ora che ognuno di noi ha assimilato i timbri degli strumenti degli altri. Le trascrizioni prevedono l’intervento di tutti e tre, anche di Francesca nonostante – fra tutti – sia l’unica che spesso trova la parte vocale già pronta. Però in effetti, ripensando a lavori come West Side Story o altri brani del nostro repertorio (anche al di fuori di America!), talvolta essi nascono originariamente per coro o per più voci; anche in quel caso, quindi, c’è un lavoro importante di “adattamento”, perché definirlo trascrizione sarebbe troppo riduttivo.
Forse si potrebbe riassumere una risposta dicendo che ciò che ci ha guidati nella scelta del repertorio è stata la voglia di divertirci suonando insieme!»

Riconoscete negli autori che proponete qualche elemento comune?
«La ricerca per la realizzazione di questo programma è stata condotta con il chiaro scopo di scegliere quei compositori che hanno voluto raccontare la propria tradizione musicale in base al contesto geografico di appartenenza, attingendo al repertorio popolare per trasformarlo in “musica colta”; l’elemento comune è quindi – inevitabilmente – la tradizione musicale americana, da quella latina a quella del jazz e del musical statunitensi.
Infatti, autori come Gershwin e Bernstein rappresentano di fatto l’esempio più evidente di come gli elementi popolari del blues, del jazz, delle danze latine del huapango e del mambo, siano state rielaborate con grande raffinatezza e intelligenza musicale, facendo così da anello di congiunzione tra il mondo musicale “colto” e quello popolare».

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale