Potreste raccontarci tre momenti cruciali nella carriera del Trio Pantoum?
«Siamo un trio giovane e forse ci manca ancora un po’ di prospettiva per definire chiaramente tre momenti cruciali nel nostro percorso. Tuttavia tra i ricordi più rilevanti c’è il nostro primo incontro con il maestro Hatto Beyerle, che ha profondamente cambiato il nostro modo di lavorare ed interpretare la musica, oltre alle esperienze su palcoscenici dall’altra parte del globo (in Giappone o Australia) che ci hanno introdotto a culture e mentalità molto diverse.
Abbiamo appena concluso un intenso anno di concorsi internazionali e ora stiamo conoscendo meglio la realtà della nostra professione di musicisti, il nostro ruolo all’interno di un gruppo da camera, il rapporto con il pubblico… Siamo anche profondamente convinti che il periodo che stiamo attraversando sia molto importante per la storia del nostro trio».

Che cosa significano per voi la musica di Suk e Dvořák? Perché avete scelto queste opere per il vostro concerto di debutto a Torino?
«Il “Dumky” Trio op. 90 di Dvořák è nuovo per noi e abbiamo sempre sognato di suonarlo. È uno dei capolavori del repertorio per la nostra formazione e siamo molto felici di eseguirlo in Italia. È un brano molto originale con i suoi sei movimenti, e si discosta dalla struttura tradizionale delle opere di musica da camera classica, tanto da essere considerato essenzialmente privo di forma.
In parallelo suoneremo un breve brano di Josef Suk, che è un compositore ceco, fortemente influenzato da uno dei suoi insegnanti, che era proprio Antonin Dvořák!
Troviamo molto interessante osservare l’influenza di Dvořák sui suoi contemporanei».

Se vi diciamo “natura” qual è il primo brano o canzone che vi viene in mente? E perché?
«Quando diciamo “natura” pensiamo a una delle nostre sinfonie preferite: la Pastorale di Beethoven! Dalla calma delle montagne e il canto degli uccelli alla brutalità del tuono, è un grande capolavoro che non ci stanchiamo mai di ascoltare!
Ci viene in mente anche a What a Wonderful World di Louis Armstrong… che è una vera e propria ode alla natura e ci piace molto!»

Come sapete, Green Notes è una serie di concerti particolare, che riflette sulle tematiche della sostenibilità dell’evento culturale e ed è pensata per coinvolgere un pubblico giovane in modo informale, cosa abbastanza insolita nel campo classico, almeno in Italia. Che tipo di esperienza e di pubblico vi aspettate?
«Poter suonare per un pubblico giovane è sempre una esperienza interessante per noi, e ci è già capitato di farlo. Ci rendiamo conto che i giovani sono molto più ricettivi alla musica contemporanea, per esempio; ascoltano in modo più neutro, senza preconcetti “negativi”, e sono molto curiosi! Pensiamo che questo programma tutto “made in Czech Republic”, con le sue melodie e i temi orecchiabili e familiari per il pubblico, sia una fantastica porta d’ingresso per i giovani!
Non vediamo l’ora di suonare questo bellissimo programma a Torino!»

Intervista raccolta da Camilla Fiz per l’Unione Musicale