I vostri concerti non sono semplici esecuzioni di brani ma spettacoli contaminati da gag e scherzi, musicali e non: come nasce un vostro concerto? Come costruite la “messa in scena”?
«È proprio da qui che comincia il nostro lavoro: la scelta dei brani. Scegliamo prima di tutto un brano che amiamo: non ha nessuna importanza di che genere sia, l’importante è che sia di qualità; può essere una Ouverture da un’opera di Mozart così come un brano di Charlie Parker, o una musica di tradizione popolare, ma deve farci venire la “pelle d’oca”. Il passaggio successivo consiste nell’adattare quel brano alla nostra formazione di quintetto d’archi, un lavoro di arrangiamento mostruosamente complesso che solamente Gustavo, e spesso anche Duilio, possono fare. Fino ad ora nulla di così esclusivo, molti gruppi e molti musicisti potrebbero arrivare fino a questo punto, ma quello che succede dopo è un misto di caos mostruoso, idee spesso abbandonate e un brainstorming continuo durante le prove. In questa fase ognuno cerca di trovare qualcosa in più, o un suggerimento per andare da un’altra parte, in un altro brano-spazio-tempo lontanissimo. Trovato un aggancio comune con una nuova musica, questa viene sviluppata e l’arrangiamento modificato per entrare e uscire in una sorta di “sogno o son desto” musicale. Quando poi si deve decidere la “scaletta” del concerto cerchiamo di tenere conto dell’equilibrio tra i generi, del periodo storico-musicale in cui ci troviamo e, perché no, anche delle ricorrenze nascita-morte dei compositori».

Affermate di voler contrastare “il dilagante sopore che regna sovrano nelle sale da concerto”. In che modo il pubblico viene coinvolto durante i vostri concerti? Riuscite anche nel difficile obiettivo di richiamare un pubblico di neofiti?
«L’approccio con il pubblico è quello dello shock iniziale: spaventiamo il pubblico per metterlo a proprio agio e non sentirsi sotto stress, incollato alla poltrona in uno stato catatonico di ascolto passivo-compulsivo. Questo mette subito in chiaro una cosa: se vuoi goderti il concerto non ti devi perdere nulla, le citazioni e le “sbandate” sono nascoste, brevi oppure non ci sono proprio, ma l’ascolto deve essere attivo, curioso, teso e gioioso. Oltre a questo lato prettamente musicale, cerchiamo sempre di raccontare qualcosa di noi o dei brani, in modo da creare un rapporto in cui tutti riescono a godere al massimo della musica; in fondo noi siamo solo dei semplici esecutori… Per quanto riguarda i neofiti, il nostro intento è sempre stato e sarà sempre quello di far amare la musica di qualsiasi genere o età, purché sia di qualità, senza dimenticarci che la maggior parte della musica di qualità si trova nella musica “colta”».

Uno dei vostri punti di forza è la commistione tra classico e moderno, tra i grandi compositori della storia e la cultura pop. In che modo convivono? In che modo questi due mondi possono arricchirsi a vicenda?
«La convivenza tra i generi è al 90% suggerita dalle armonie o da elementi ritmici in comune tra i brani, e soprattutto dalla cultura e dalla curiosità “a tuttotondo” che caratterizza i nostri ascolti e le nostre individuali conoscenze della musica tutta. Mondi diversi si arricchiscono a vicenda perché la memoria musicale di ognuno di noi e le nostre storie personali riconoscono quanto sia fantastico viaggiare nel tempo e nello spazio con la musica, e unire Mozart a Elvis Presley ci aiuta a capire quanto il genio musicale non abbia confini di genere ed epoca».

Cosa deve aspettarsi il pubblico dell’Unione Musicale dal vostro programma “no limits”?
«Lo spirito migliore per partecipare al concerto è: “nessun pregiudizio”! Non succede nulla se Rossini o Bach si accostano ad una goliardia o ad un ritmo swing: il fine ultimo è avere un approccio ad ogni genere di musica libero da cliché e da tradizioni, per levarci quel “non ascolto musica classica perché è troppo difficile”… la Musica è per tutti e non ha limiti!»

 

Intervista raccolta da Clarissa Missarelli per l’Unione Musicale

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