Quest’anno debuttate a Torino. Per chi non conosce la vostra formazione, ci raccontate come è nato il Quartetto Delfico?
«Il Quartetto nasce nell’autunno del 2012 come naturale evoluzione di un’idea: quella di un quartetto su strumenti originali che dedicasse particolare attenzione al repertorio pre-classico e italiano, iniziata nel 2010. Il nostro debutto è stato a Matera dopo una masterclass con Alessandro Moccia, mentre il primo concerto con questo nome è stato a Teramo nella primavera del 2013».

Quali opportunità vi dà l’utilizzo di strumenti originali tanto da averla scelta come vostra cifra caratteristica?
«L’utilizzo degli strumenti originali, o per meglio dire di un assetto strumentale il più possibile simile a quello di ogni epoca studiata, sia per quanto riguarda gli archi sia per l’uso delle corde in budello, è solo uno degli aspetti che sta alla base del nostro lavoro.  La parte più importante è certamente quella dell’approfondimento della prassi esecutiva del repertorio che si affronta, la ricerca di  un “linguaggio” appropriato: crediamo che il parallelo con la lingua sia sempre il faro del nostro fare musica insieme.
L’utilizzo di “strumenti originali”, con la loro ricchezza e talvolta anche la loro fragilità, fornisce un’ulteriore chiave di lettura alla scrittura dei brani».

Secondo voi, in che modo l’interprete deve approcciarsi alla musica antica, suonata su strumenti originali? Che cosa cambia rispetto all’impiego di strumenti moderni?
«Per quello che riguarda l’approccio sicuramente la differenza è partire con meno certezze, trovando il coraggio di allontanarsi dai modelli ai quali siamo abituati per cercare di avvicinarsi a un suono e un linguaggio che immaginiamo essere il più vicini possibile a quelli del compositore e della sua epoca.
Bisogna avere anche un po’ di sfrontatezza e di autoironia, per presentarsi al pubblico con qualcosa che non sia semplicemente un museo sonoro, ma una visione convincente e coinvolgente!»

La musica antica ha un pubblico di veri e propri appassionati, estremamente competente sul repertorio e le prassi esecutive. Secondo voi può affascinare anche “il grande pubblico”?
«Certamente! E anche grazie al vostro palcoscenico ci proveremo! Scherzi a parte, noi crediamo molto che a volte basti davvero poco per rompere la barriera tra il “grande pubblico” e un repertorio meno conosciuto: magari una piccola guida all’ascolto prima di eseguire un brano e poi cercare di rendere vivo il discorso che c’è in ogni partitura. Non è facile, ma ci piace provarci!»

Il programma del concerto per l’Unione Musicale prevede un confronto tra autori apparentemente molto distanti Sacchini, Haydn e Donizetti. Perché avete scelto di abbinarli? In che modo dialogheranno le loro opere?
«I tre brani che proponiamo per l’Unione Musicale rappresentano uno dei percorsi che a noi piace tracciare all’interno della musica europea. Confessiamo che essendo molto legati al repertorio italiano per quartetto, amiamo abbinarlo sempre ai brani di autori più conosciuti.
In realtà questo programma, più che un confronto tra autori distanti, è un percorso tra tre visioni della musica molto vicine tra loro nel tempo: tra il più antico e il più recente dei brani in programma ci sono infatti appena 60 anni! In generale ci piace costruire i nostri programmi come dei viaggi, e possibilmente dei viaggi che ci portino lungo vie secondarie, sentieri poco battuti che hanno l’ambizione di gettare una luce diversa sui compositori che concateniamo.
Il tentativo di un percorso come questo è anche quello di sottrarre i grandi capolavori al loro isolamento e rileggerli come episodi particolarmente luminosi di una storia complessa, fatta anche di zone d’ombra, di sentieri inesplorati, di vie secondarie, appunto, che tuttavia confluiscono in una storia comune, contribuendo nel loro piccolo ad orientarne lo sviluppo».

Intervista raccolta da Clarissa Missarelli per l’Unione Musicale

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