Maestro Ionita, ho letto che ha iniziato a suonare il violoncello a 8 anni, ma c’è stato un momento specifico nella sua vita in cui ha effettivamente scelto di diventare un musicista professionista? Altrimenti, cosa le sarebbe piaciuto fare?
«In realtà ho iniziato a studiare pianoforte all’età di 5 anni, passando poi al violoncello a 8 anni, ma continuo a suonare il pianoforte (ancora oggi), quanto il tempo me lo permette. Credo che non ci sia mai stato un momento particolare in cui ho deciso consapevolmente di intraprendere la carriera musicale: semplicemente mi piaceva essere circondato in ogni momento dal mondo dei suoni. Credo che essere un musicista professionista sia davvero una vocazione e mi considero privilegiato a poter stare su un palcoscenico e condividere con il pubblico la gioia dell’esecuzione. A scuola mi piacevano le scienze naturali, quindi probabilmente mi sarebbe piaciuto lavorare in qualche tipo di ricerca, per esempio nella fisica quantistica».

La vita da musicista è molto dura: non ha mai pensato di lasciare tutto e cambiare direzione? Se sì, cosa le ha dato la forza di continuare?
«Sì, essere un artista performativo comporta molti sacrifici fin dall’infanzia, così come essere costantemente in movimento. Tuttavia, richiede anche un senso di idealismo e un vero amore per questa professione, motivo per cui riusciamo ad andare avanti e a godere di ciò che facciamo».

Tra i pezzi che eseguirete a Torino con Alexander Gadjiev (Janacek, Brahms, Glazunov, Prokof’ev), c’è n’è uno a cui si sente particolarmente legato? Perché?
«La Sonata in mi minore di Brahms è uno dei lavori che inclusi nel mio primo recital solista, quando ero uno studente di liceo a Bucarest. È sempre un piacere per me rivisitare questo capolavoro negli anni. Abbiamo deciso di abbinare questa sonata romantica ma monoliticamente neoclassica con altre meravigliose opere appartenenti alla fine del diciannovesimo e ventesimo secolo, che vanno dall’Europa Centrale all’Europa Orientale. Non vedo l’ora di eseguire questo ricco programma insieme ad Alexander Gadjiev e di fare il mio debutto torinese!»

Considerando la sua esperienza, che consiglio darebbe ai giovani genitori interessati a creare un primo contatto tra i loro figli e la musica? Cosa è bene (o male) fare?
«Credo che, come in altri campi, sia necessaria una sorta di iniziazione o educazione fin dall’infanzia. Incoraggio sempre i genitori a portare i loro figli in sala da concerto, poiché non c’è confronto tra l’ascoltare una registrazione e essere effettivamente presenti a un’esecuzione dal vivo e avere un contatto diretto con gli affascinanti suoni naturali proiettati in un auditorium. Abbiamo bisogno di crescere giovani pubblici che diventino futuri amanti della musica e frequentatori di concerti e, come per qualsiasi altro interesse, vale la pena di coltivarlo fin dalla più tenera età».

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale