Andrea Chenna, da quale ispirazione nasce Lili, Sonata digitale per trio con pianoforte, elettronica e digital playback?
«In questi ultimi anni ho studiato approfonditamente il deep learning, anni in cui la creazione di musica tramite l’intelligenza artificiale è esplosa. Se prima i risultati erano poco soddisfacenti ora le macchine possono scrivere a buon livello, grazie alle capacità di calcolo che sono sempre più sofisticate e a training sempre più complessi».

Come funziona (a grandi linee) la composizione di questo brano da parte dell’Intelligenza Artificiale?
«La parte essenziale è il training, cioè la preparazione preliminare della macchina. Il deep learning è una branca dell’IA che funziona in estrema sintesi così: l’uomo fornisce alla macchina (o, per meglio dire, al modello) centinaia di dati da analizzare, nel caso della musica si tratta, per esempio, di centinaia di composizioni di un autore. La macchina compie un’analisi statistica e impara da sola come scrivere una melodia di alcune battute. Per ora il risultato prodotto è breve perché le capacità di calcolo sono limitate, ma intravvedo nel prossimo futuro rapidi sviluppi. Fra poco, analizzato l’intero corpus delle Sonate di Beethoven può darsi che la macchina riesca a scrivere la 33° Sonata di Beethoven… Più si hanno dati precisi e calcolati (impartiti in modo preciso) più la macchina sarà in grado di comporre musiche abbastanza vicine al modello dato.
È pura statistica: data una sequenza di note, la macchina decide statisticamente che Beethoven avrebbe scritto una certa nota, e così via… in mezzo a moltissimi errori esce anche qualche risultato che suona effettivamente “nello stile di” Beethoven.
È bene precisare che la macchina scrive come ha scelto chi fa il training: il risultato è molto più interessante se inizialmente si forniscono non brani già noti ma dati più originali!»

I compositori umani devono temere di essere sostituiti?
«Non credo che abbia senso aver paura che la macchina soppianti un compositore (un compositore non mediocre, si intende!). Con le macchine è interessante allearsi e utilizzarle, ma nella creazione di un’opera d’arte è coinvolta tutta una serie di contenuti emotivi squisitamente umani, che una macchina non può fornire. Come pubblico ci facciamo coinvolgere da un’opera d’arte (musicale, ma anche letteraria o figurativa) perché sappiamo che la creazione è stata attuata da un essere umano, un nostro simile in cui ci possiamo rispecchiare.
La sostituzione della creatività umana da parte della macchina dipende dalla profondità di ciò che intendiamo per “creatività”. Per esempio, se voglio far scrivere alla macchina un brano minimalista dotato di una struttura molto semplice fatta di moduli ripetuti, la macchina riesce a farlo tranquillamente. Se invece chiedo alla macchina di scrivere “nello stile di Stravinskij” non può farlo (per ora) perché ciò che noi intendiamo per “stile” è qualcosa di molto articolato, che riguarda anche il timbro, le dinamiche… e la macchina al momento non tiene conto di questi parametri».

Per rendere eseguibile il brano è stato necessario l’intervento dell’uomo?
«L’intervento umano è indispensabile in varie fasi. Innanzi tutto nel training iniziale, e poi in varie fasi successive perché la macchina non è in grado di dare una forma compiuta ai frammenti relativamente brevi che produce e serve l’uomo per rendere coerente la composizione. L’essere umano ascolta i frammenti prodotti dalla macchina, scarta quelli non ben riusciti e decide come proseguire il discorso musicale. A questo punto si procede con un nuovo training finché non si ottengono risultati adeguati.
Per esempio: posso dire alla macchina di scrivere un tema nello stile di Mozart, o Chopin o Stravinsky ma non una sonata intera, perché non sa ancora quali sono i tragitti e le traiettorie formali della sonata».

Che ci dice del titolo Lili?
«La scelta del nome Lili è ironica, perché volevo dare un nome alla macchina e ho pensato a qualcosa che fosse il più lontano possibile da un freddo calcolatore… e chi altri se non Lili Boulanger?»

 Quali scenari un’operazione del genere può aprire sul futuro della musica (esecutori, compositori e ascoltatori)?
«L’accelerazione in questo campo è talmente veloce che non si può dire che cosa succederà anche solo in 4 anni, tempo in cui le macchine cambiano totalmente. Lo si vede nel campo degli scacchi. Fino a qualche anno fa Gasparov restava imbattuto, invece oggi le macchine vincono qualunque giocatore, anche i migliori del mondo. Il limite attuale sono le capacità di calcolo… ma è questione di tempo!
Alle macchine si può demandare quella parte del lavoro artistico fatta di ripetizioni perché lavorano in modo statistico e probabilistico quindi senza preconcetti. Questo è il motivo per cui ogni tanto producono anche esiti inaspettati e sorprendenti, come se fossero dei bambini che utilizzano oggetti in modo nuovo, non usuale, perché li osservano con uno sguardo incontaminato».

Torniamo agli ascoltatori. Secondo lei si faranno coinvolgere da un brano scritto da una fredda macchina?
«Spero di sì! Alla fine di Lili c’è una parte in cui la macchina parla di sé stessa, della sua solitudine e mi auguro che possa essere emotivamente coinvolgente per il pubblico, perché noi umani tendiamo ad antropomorfizzare ciò che percepiamo, ad aggiungere significati con la nostra sensibilità. Umberto Eco diceva che “l’opera d’arte è fatta per generare interpretazioni” e questo avviene certamente sia per gli esecutori, sia per il pubblico.
Nel caso di Lili, opera creata dalla macchina (ma a ben vedere anche di quelle che ci arrivano da un lontano passato) tocca all’interprete far vivere la composizione e caricarla di emozioni e profondità di pensiero. Il pubblico che la recepirà farà altrettanto, sovrapponendo proprie interpretazioni e significati».

 

Intervista raccolta da Laura Brucalassi  per l’Unione Musicale

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