Maestro Clerici, è un gran piacere riaverla in stagione all’Unione Musicale, che effetto fa tornare nella città dove è nato e dove ha iniziato il suo percorso artistico?
«Sono molto contento e non vedo l’ora di risuonare per l’Unione Musicale dopo alcuni anni dall’ultimo concerto: non solo è una stagione storica in Italia per la musica da camera ma è anche la società di concerti con la quale sono cresciuto durante i miei studi, dove ho potuto ascoltare da vicino alcuni dei più grandi interpreti della musica. Ricordo varie volte, da adolescente, di essere tornato a casa dopo avere ascoltato un concerto al Conservatorio e aver provato a imitare un suono, un vibrato o un particolare fraseggio che mi aveva ispirato.
In realtà non sono poi andato via da così troppo tempo, 5 anni e mezzo, e a marzo di quest’anno ho suonato e diretto l’Orchestra del Conservatorio; torno a casa ogni tanto: per la mia famiglia ma anche perché mia moglie e io abbiamo recentemente comprato un alloggio in piazza San Carlo e vogliamo godercelo quando possibile!»

Dopo le affermazioni ai vari concorsi e il consolidamento di una carriera concertistica internazionale è arrivata una svolta importante, la vittoria nel 2014 come Primo violoncello dell’Orchestra Sinfonica di Sidney. Cosa ha rappresentato questo cambiamento nella sua vita professionale e privata?
«Il percorso solistico e cameristico sono tuttora molto presenti nella mia vita concertistica, così come suonare in orchestra fa parte della mia attività da più di 10 anni, prima al Teatro Regio e poi qui a Sydney. Credo che un bilanciamento, per quanto faticoso (suonare una sinfonia di Bruckner il giovedì, un recital la domenica e un concerto di Dvořák il martedì rappresenta tutt’ora una sfida), sia molto arricchente. In questi anni ho esplorato una quantità incredibile di repertorio orchestrale, prima operistico e ora sinfonico, che mi sarei perso, se avessi intrapreso una carriera puramente solistica.
Quello che si è aggiunto in questi ultimi due anni è la componente di direzione d’orchestra che è iniziata come gioco intellettuale e che sta prendendo una parte sempre più importante del mio calendario, con 12 programmi da direttore nel 2020, tra cui 3 tour con la Sydney Symphony Orchestra».

A Sidney è anche docente di violoncello all’Università, rispetto alla sua esperienza in Italia, come funziona all’altro capo del mondo il percorso di formazione di un giovane musicista?
«Purtroppo, dopo avere insegnato per quasi 15 anni, ho smesso circa due anni fa perché il mio calendario non lo permette. Insegnare a giovani professionisti è una grossa responsabilità perché gli sbocchi lavorativi sono così pochi (questo in tutto il mondo ormai) che l’onestà intellettuale e il tempo da dedicare alla formazione completa di un musicista vanno contro le regole economiche di scuole e Università. Cerco, per quanto possibile, di ritagliare il tempo per 3/4 masterclass all’anno, quando sono all’estero: di solito una o due nei Conservatori Italiani (come tributo e servizio in quanto devo la mia formazione a loro) e altre due in giro per il mondo».

La musica da camera è sempre stata parte integrante della sua vita, ci racconta come è nata la collaborazione con gli altri componenti del Trio, Tommaso Lonquich e Claudio Martinez?
«La musica da camera è la quintessenza della musica, è la disciplina nella quale i compositori hanno espresso i loro segreti più nascosti, sperimentato le loro idee più rivoluzionarie, in cui il discorso musicale si fa più stringato e sincero.
Ho incontrato Tommaso e Claudio ormai 7 o 8 anni fa al festival dedicato a Dino Ciani a Cortina d’Ampezzo e da allora abbiamo suonato in tutte le edizioni del festival (fino alla chiusura del festival stesso un paio di anni fa.. ) e cercato tutte le possibili opportunità per suonare insieme. Ovvio che vivendo uno in Danimarca (Tommaso), uno a Basilea (Claudio) e io a Sydney, non è proprio la cosa più facile. Ma sono estremamente contento di questo tour italiano di 5 date, ora in programma (oltre a Torino saremo a Bergamo, Mantova, Belluno e Padova).
Onestamente l’incontro con loro è stata una delle svolte più incredibili del mio percorso musicale. È impossibile riassumere in poche parole un significato così profondo, ma mai come da quando suono con loro (e conseguentemente avere studiato con Ferenc Rados) è stato così chiaro e vivido il concetto che la musica non siano le note ma ciò che c’è tra le note, le loro infinite relazioni melodiche, armoniche e ritmiche, lo sviluppo e le conseguenze verso il passato e verso il futuro delle loro combinazioni».

Avete altri progetti insieme per il futuro?
«In Europa per i prossimi anni vorremmo concentrare i concerti in un paio di settimane all’anno, inoltre nel 2021 porterò il Trio con me in Australia in un tour che toccherà le principali città e un festival ad Adelaide molto creativo (24 ore di musica dall’alba all’alba successiva, divisi in 5 concerti) di cui sarò direttore artistico».

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

Vai alla scheda concerto