Il programma del concerto del 9 febbraio al Teatro Vittoria prevede trascrizioni da grandi compositori classici, come Bach e Vivaldi, pensate per un organico ben diverso dal vostro. Quali caratteristiche di questi brani vengono esaltate dall’uso delle percussioni?
«Nel momento in cui iniziamo a pensare a una trascrizione per quartetto di percussioni, senza dubbio e quasi istintivamente andiamo a ricercare nella partitura originale alcuni aspetti fondamentali, come il ritmo e lo spettro timbrico. Questi elementi li riteniamo caratterizzanti per gli strumenti a percussione. Per quanto riguarda il ritmo, la percussione nasce in esso caratterizzandolo come nessun altro strumento. Un quartetto di percussioni non può prescinderne. Stessa cosa accade per il timbro. I nostri strumenti hanno molteplici sfumature, con essi è possibile realizzare – con certosina sapienza – molteplici combinazioni timbriche. Questo ci consente di rendere originali molti passaggi armonici e melodici. L’aspetto molto delicato dal quale non possiamo prescindere è quello di procedere nel rispetto dell’idea originale, senza comprometterne nessun dettaglio compositivo. Il brano lavorato non può essere stravolto per esigenze tecniche e/o strumentali anzi, gli strumenti utilizzati devono essere sempre usati nel rispetto degli equilibri fra le parti. Ovviamente le nostre trascrizioni non prevedono una sorta di “copia-incolla” dalla partitura originale, bensì un lungo e accurato lavoro volto allo studio approfondito della partitura e alle relative relazioni armoniche, melodiche e ritmiche. Solo così riusciamo a raggiungere quell’originalità esclusiva, applicando inoltre la sperimentazione che tanto ci entusiasma.
In merito alla scelta dei brani, un altro aspetto che ricerchiamo è quello del virtuosismo esecutivo, dell’insieme interpretativo, dell’espressività. Autori come Bach, Vivaldi rispettano in toto queste caratteristiche; elaborare ad esempio un brano di Stravinskij richiede invece un approccio differente. Ovviamente più l’organico originario è grande più diventa complessa l’elaborazione».

Come vi approcciate, invece, alla prima esecuzione assoluta della nuova commissione di Montalbetti?
«Mauro Montalbetti ha scritto per Tetraktis Yombè usando esclusivamente strumenti a percussione a suono indeterminato: tamburi, molle degli ammortizzatori dei camion, bongos, timbales… Almeno due gruppi di persone in Africa sono descritti come il popolo Yombè: risiedono principalmente in Zambia, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo e Angola, Gabon. L’idea del compositore si sviluppa da cellule ritmiche appartenenti alla tradizione musicale di queste popolazioni. L’andamento è frenetico e ostinato, viene accompagnato dal canto e dalla danza e si caratterizza con poliritmie che si susseguono, evidenziate da decisi cambiamenti timbrici e dinamici.
L’approccio che abbiamo durante lo studio deve essere affine a quello adottato dal compositore per la stesura. Sono necessarie alcune conoscenze etnomusicologiche, così da comprenderne il significato. È necessario conoscere la genesi e l’utilizzo pratico del ritmo in modo tale da poterlo interpretare correttamente, anche in relazione agli strumenti utilizzati dal compositore».

Al Teatro Vittoria sarete impegnati per ben tre giorni consecutivi dal momento che, dopo il concerto di domenica 9 febbraio, vi spettano due progetti per le scuole. Cosa significa per voi lavorare con i bambini?
«Il lavoro didattico dedicato ai bambini offre sempre grandi emozioni e infinite soddisfazioni artistiche. Ogni volta gli incontri risultano essere virtuosi. A noi piace insegnare perché percepiamo che davanti a un palco pieno di strumenti a percussione i giovani vogliono scoprire, sapere, imparare. Si percepisce sempre un’attenzione profonda e differente dai normali concerti. I progetti didattici prevedono momenti intensi ed esecuzioni che contemplano l’interazione con il pubblico. I bambini diventano parte integrante del concerto, così facendo conoscono l’emozione di essere coinvolti in un’esecuzione musicale rimanendone entusiasti. Ai bambini spieghiamo come il ritmo possa essere affine alla vita e all’essere umano. Parliamo loro del ritmo del cuore, del ritmo del giorno e della notte, di quello delle stagioni. Sottolineiamo come la natura possa essere caratterizzata da questo fantastico elemento. Infine giochiamo insieme facendo musica. Sì perché quello del gioco a nostro giudizio è un aspetto molto importante. Avvicina i bambini a un mondo fatto di tanti suoni differenti, per loro del tutto nuovi. Giocare con la musica li aiuta a percepire la stessa come ricchezza interiore, viatico per la cura e l’accrescimento del proprio sentimento».

Lo spettacolo per le scuole Musica differenziata utilizza strumenti realizzati con tutti i materiali possibili: pensate che la musica possa avere un ruolo nell’educazione all’ecologia?
«Sì, senza dubbio. Prima di noi lo pensò John Cage quando negli anni Quaranta del Novecento iniziò a utilizzare strumenti inconsueti provenienti anche dalle discariche. Tetraktis propone in merito progetti del tutto originali, utilizzando i principali elementi delle raccolte differenziate: plastica, metallo, indifferenziato, organico. In Musica differenziata protagonisti sono i quattro secchi di differente colore dai quali gli esecutori estraggono gli strumenti per ogni brano da eseguire. Per ognuno di questi elementi ci sono specifiche musiche appartenenti al repertorio per strumenti a percussione, alcune delle quali composte proprio da John Cage mentre altre elaborate dagli stessi esecutori. Questo tipo di concerto è altamente educativo e nello stesso tempo prevede il giusto livello di attenzione e divertimento. Anche in questo caso i bambini vengono coinvolti con lo scopo di interagire con gli artisti».

Qual è, invece, l’aspetto specificatamente didattico dell’altro appuntamento con i più piccoli, Musica senza strumenti?
«Lo scopo di questo concerto è quello di far conoscere ai bambini che la musica nasce dalla natura e dall’essere umano. La musica è un elemento vivo, è parte integrante della vita di ognuno di noi. Bisogna solo andarlo a scoprire. Anche per mezzo di un concerto. Ogni uomo potenzialmente, senza strumenti accessori, può produrre musica utilizzando gli elementi che la natura gli ha fornito: i piedi, le mani, le gambe, il torso, le guance, i denti, la cavità orale e, infine, lo strumento per eccellenza, ossia la voce. Grazie a questo si può essere musicisti con tutte le dovute sfumature. In un mondo tecnologico dove i giovani danno per scontate troppe cose è giusto ricordare la semplicità – apparente – con cui la musica può essere espressa, le origini e la forza intramontabile di questi stilemi. Vogliamo stimolare i bambini affinché possano capire come l’elemento musicale sia loro vicino, di come lo stesso li accompagni nella crescita e nella vita. È un aspetto pedagogico da coltivare, necessario per il futuro di una società migliore».

Che tipo di riscontro vi aspettate dai bambini nei due spettacoli?
«Come già espresso, i bambini partecipano con entusiasmo e percepiscono grandi emozioni nel momento in cui interagiscono con i musicisti. Questo aspetto li rende protagonisti avvicinandoli all’arte in modo naturale e diretto. Per nostra fortuna gli strumenti a percussioni riescono sempre a creare un ponte, un feeling con i giovani ascoltatori. Noi restiamo ogni volta soddisfatti, riusciamo sempre a raggiungere gli scopi prefissati in modo professionale ed educativo».

Intervista raccolta da Clarissa Missarelli per l’Unione Musicale

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