Sayaka Shoji, la sua tecnica violinistica ha destato grande interesse e ammirazione da parte di pubblico e critica: la rivista online Bachtrack ha definito il suo arco “schietto e diretto, in parte morbido, e in parte deciso”; qual è stato il percorso che ha portato il suo modus operandi alla maturità? Ha qualche riferimento, artista o momento particolare che l’ha influenzata in modo speciale?
«Ho sempre posto la musica e l’espressione al primo posto. La tecnica è solo uno strumento per realizzare la musica e svolge il suo ruolo solo quando si ha qualcosa da dire dal cuore e dal cervello. È stato un lungo percorso e c’è ancora molta strada da fare, poiché essere un’artista non significa copiare continuamente la propria arte dal passato, ma cercare costantemente miglioramenti e scoprire nuove cose nella musica che abbiamo suonato/ascoltato migliaia di volte».

Nel corso della sua carriera ha fatto numerose esperienze, anche non strettamente legate all’attività concertistica: potrebbe raccontarci qualcosa su “Synesthesia” (2007), il suo progetto sperimentale che fonde musica e arti visive, e sui suoi lavori di videoarte?
«Dal 2007 ho intrapreso la serie di opere collaborative chiamata “progetto Synesthesia”, in cui esploro il fenomeno della sinestesia, sia tramite dipinti o video creati da me o con artisti di altri generi. Si tratta di un esperimento molto impegnativo, poiché porta il rischio di diventare superficiale e didascalico. L’obiettivo è quello, come scrisse Borges, di catturare qualcosa che esiste già dietro/dentro (la musica) e renderlo visibile, invece di rendermi visibile indossando qualunque abito e facendo movimenti, che a mio modo di vedere sono meno importanti. Poiché la musica non riguarda solo le note ma è filosofia, parole, colori, sensazioni, una percezione dell’intero universo. Quindi dobbiamo essere curiosi e nutrirci con l’estetica storica, che aiuta a liberarsi dall’”ego” del musicista e allo stesso tempo ci consente di concentrarci sulla musica stessa. Il mio desiderio è che la sinestesia crei un ponte tra la musica e l’arte e contribuisca a proteggere la musica come “arte” che si distingue dall’”intrattenimento”».

Diventare “artisti gialli” (cioè registrare per la Deutsche Grammophon) è un obiettivo importante, che molti artisti desiderano: come e quando ha ricevuto la notizia? A quale punto della sua carriera ha capito che incidere con quella prestigiosa etichetta discografica era una possibilità concreta?
«Incido per la Deutsche Grammophon dal 2000, dal primo album, subito dopo aver vinto il Concorso Paganini nel 1999. Naturalmente è stato un grande onore, considerato l’elenco degli “artisti gialli” fino agli anni Novanta. Tuttavia il mio obiettivo è sempre stato solo la musica. Sono estremamente fortunata a poter fare musica con direttori d’orchestra e orchestre meravigliose e, soprattutto, a mantenere una partnership così preziosa da 15 anni con qualcuno che ammiro così tanto come Gianluca Cascioli. Dà significato alla mia vita di musicista».

Intervista raccolta da Francesco Bonfante per l’Unione Musicale