Maestro Redegoso, ci presenta il vostro progetto?
«Nella mia testa è nato nel 2007, subito dopo essere ritornato dal mio primo viaggio in Armenia alla ricerca delle mie origini materne. Un viaggio intriso di pathos emotivo in quanto proprio con mia madre avrei voluto compierlo, purtroppo morì poco prima. Ho scoperto un’antichissima civiltà, una straordinaria ricchezza storica e culturale. Decisi quindi di occuparmi attivamente, soprattutto dedicandomi all’approfondimento delle musiche che avevo ascoltato. L’incontro con l’attore e regista Stefano Zanoli ha fatto sì che anche la parte letteraria fosse coinvolta. E allora nacque ciò che ci piace definire un Laboratorio Artistico Permanente sulla cultura Armena, che è comunque poco conosciuta e studiata anche nelle nostre scuole. In 17 anni abbiamo realizzato un centinaio di eventi in Italia, Francia e Svizzera. Inoltre siamo stati inviati anche in Armenia. Per la parte musicale ho creato tredici diverse formazioni che hanno visto l’unione di voci, strumenti, percussioni nell’ottica di una fusione di diversi timbri, suoni, frequenze delle diverse tradizioni orientali e occidentali».

A che cosa fa riferimento il titolo Nor Arax?
«Nel 1919, dopo le ultime ondate di deportazioni subite a seguito del Genocidio del 1915, alcune decine di famiglie armene sbarcarono a Bari dove vennero accolte da un imprenditore tessile che le ospitò nel suo lanificio (La maggioranza di quelle famiglie proveniva dall’Anatolia, patria della produzione di tappeti, quindi hanno potuto proseguire e diffondere quella conoscenza anche in Italia). In seguito, grazie anche all’intervento del poeta armeno Hrand Nazariantz, già presente nel nostro paese, venne concesso un terreno dove gli esuli armeni fondarono un villaggio che chiamarono Nor Arax. Aras o Arax è il nome di un fiume che scorre lungo l’Armenia, la Turchia, il Caucaso e l’Iran, crocevia di culture millenarie. Nor significa nuovo, il nuovo sentimento, il nuovo senso per quelle acque che scorrono: non più confine, separazione, ma unione e vita».

I brani o gli autori che avete scelto sono particolarmente rappresentativi della cultura armena?
«Direi di sì, ma ogni volta Progetto Nor Arax presenta anche autori e brani fra i meno noti. In ogni caso mi piace pensare che il pubblico verrà accompagnato in un viaggio che dalla nostra epoca giungerà a ritroso fino ai primi canti cristiani di matrice armena appunto. È consuetudine per me dire che i programmi sono come un fil rouge che si mantiene inalterato attraverso i secoli. Di Aram Khatchaturian, suoneremo una giovanile e poco eseguita Suite per viola e pianoforte. È un brano del 1929, lo stesso del Poema per violino e pianoforte e di poco anteriore alla Toccata per pianoforte e al Trio per pianoforte, violino e clarinetto. Tigran Mansurian è il più importante compositore armeno vivente, che dopo contatti con famosi autori sovietici e con Pierre Boulez ha trovato uno stile più arcaico molto legato alla spiritualità armena. Alan Hovhaness è un caso atipico: pur avendo vissuto prevalentemente negli Stai Uniti, le sue origini armene sono tradotte nelle sue opere; inoltre ha compiuto ricerche molto profonde nelle tradizioni musicali di tutto l’Oriente (Giappone, Cina, India). Khatchadour Avedissian ha il merito di avere saputo mirabilmente creare una sintesi fra la musica tradizionale e quella colta armena, ricreando le sonorità tipiche dell’orchestra formata dagli strumenti mediorientali ma con strutture compositive proprie della tradizione occidentale. Naturalmente grande protagonista è sempre la figura di Komitas Vardapet, che meriterebbe un lungo approfondimento. Senza il suo fondamentale contributo la musica armena perderebbe in gran parte la sua importanza e il suo fascino. Komitas è stato il primo etnomusicologo, colui che per lunghi anni ha girato lungamente tutta l’Anatolia e altre regioni storiche dell’Armenia per raccogliere un patrimonio immenso che raggiunse le 4000 opere. Purtroppo gran parte di queste tesoro musicale è stato distrutto durante il Genocidio e rimangono circa 1200 esemplari; tuttavia il suo genio ha permesso a tutti noi – grazie a una minuziosa opera di trascrizione su pentagramma occidentale – di studiare tutto un patrimonio che fino al 1899 veniva tramandato tramite una originale notazione musicale tipica dell’Armenia. In questo programma abbiamo l’esempio dei suoi lavori pianistici, che ci immergono nel suo stile autentico, e grazie alla presenza del duduk punteggiata dalla viola avremo una tavolozza di suoni davvero molto densa di emotività. L’altro autore a me molto caro è Georges Ivanovich Gurdjieff (anche se la sua identità probabilmente è un’altra, ma questo è un altro discorso). Mi piace presentarlo accanto a Komitas per ragioni sia musicali sia spirituali: i due infatti si sono molto probabilmente conosciuti in una confraternita e il loro rapporto si mantenne vivo nel tempo. Durante i suoi numerosi viaggi dalla Grecia al Tibet, Gurdjieff memorizzò decine di melodie orientali. Per la trascrizione si avvalse dell’opera del suo allievo e discepolo, Thomas De Hartmann, noto compositore della Russia zarista. La prima stesura di questo lavoro, che nella forma definitiva raccoglie circa trecento brani, non fu soddisfacente. De Hartmann fu quindi inviato da Gurdjieff proprio a Yerevan (capitale dell’Armenia) per ascoltare le musiche di Komitas che davano chiara dimostrazione dello stile orientale. A quel punto fu chiaro come trasferire su pentagramma quel patrimonio raccolto in precedenza. Vi sarà anche una famosa melodia risalente all’anno 1000, Havun Havun, del mistico armeno Gregorio di Narek».

Che ruolo ha la musica popolare nel lavoro dei compositori armeni di musica colta?
«Riprendendo il discorso su Aram Khatchaturian, certamente è stato il compositore più noto ad avere utilizzato i materiali fissati da Komitas. In tutta la produzione di Khatchaturian vi sono citazioni (a volte trasposizioni integrali) di temi armeni da tutta la tradizione sia sacra che profana. Evito di fare un lungo elenco di compositori dall’epoca armeno-sovietica a oggi: mi limito a portare la mia testimonianza di questi anni di lavoro e ricerca in cui mi è stato anche chiesto di occuparmi di autori contemporanei. Ebbene, in tutte le opere che ho ricevuto da compositori armeni sparsi in tutto il mondo (soprattutto opere cameristiche di cui mi occupo maggiormente) sono chiare le presenze di stilemi tipici della musica orientale, a volte con forbite suggestioni ispirate anche dalla magnifica architettura dei monasteri armeni».

C’è un brano musicale in cui gli armeni sparsi per il mondo si riconoscono?
«Difficile sceglierne uno! Direi che fra i più rappresentativi vi sono: Valzer dal balletto Gayanè di Khatchaturian, poi sicuramente alcuni brani di Komitas come Krunk, Garun A, Chinar es ma lo stesso dicasi per Tsaghats Baleni di Avedisyan. Alcuni di questi sono presenti nel programma. Ma sto facendo torto a moltissimi altri. I più fedeli sono legatissimi al famoso Dlè Yaman, un brano sacro molto intenso che riporta purtroppo al clima del Genocidio… Va tenuto conto che la diaspora armena sparsa per il mondo è molto variegata e non tutta proviene dalla piccola Repubblica d’Armenia esistente oggi. Insomma, un fenomeno abbastanza complesso da presentare in questa sede. Questo per dire che c’è moltissima musica che si dipana nel corso di secoli che ha un significato particolare a seconda anche della tradizione culturale delle famiglie d’origine».

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale