Martina Filjak, il giornalista  del “New York Times” Anthony Tommasiniha elogiato, tra le altre cose, la sua “sorprendente personalità”. Secondo la sua esperienza personale di artista, quanto sono importanti nella musica l’individualità e la personalità? In che modo influiscono sulla riuscita di un’esecuzione?
«È un argomento per me delicato, una questione di equilibrio tra emozione e ragione e tra ego personale e amore per la musica. Come musicista sento di aver bisogno di lavorare su questo equilibrio ogni giorno, ancora e ancora. L’individualità è di assoluta importanza perché significa coraggio, soprattutto coraggio delle nostre emozioni, ma come interpreti non dobbiamo mai dimenticare che siamo sempre al servizio del compositore».

Il suo suono è stato definito dalla critica come un connubio tra tecnica e rigore ed espressività. Come ha raggiunto questo risultato? Esiste un bilanciamento ottimale tra tecnica e componente emotiva? Varia da autore ad autore?
«Ancora una volta si tratta di un equilibrio molto sensibile che esploro ogni giorno e che cambia a seconda dello strumento che suono, della sala in cui mi trovo, dell’acustica e dell’umidità dell’aria e poi del mio stato d’animo personale. Cerco di scegliere di interpretare solo autori e opere con cui ho un legame immediato e quasi istintivo, potenziato poi dalla mia conoscenza e dalla tecnica. Questa iniziale empatia è molto importante per me perché apre un percorso per fare qualcosa di speciale, qualcosa che farà poi apprezzare al pubblico un certo brano o un certo compositore».

Il suo repertorio è ampio e diversificato, sia per quanto riguarda l’orchestra, sia per la musica da camera. Quali sono le difficoltà e le sfide che comportano questi due ambiti?
«La più grande fortuna, per la mia crescita personale e professionale, è stata l’opportunità di avvicinarmi ad un ampio repertorio. Suonare sempre le stesse opere sarebbe stata per me una sfida impossibile. La nostra professione ha una forte componente di ripetitività quotidiana ma esplorare un repertorio vario, scoprendo e sperimentando molte possibilità e soluzioni interpretative è ciò che la rende stimolante ed eccitante. Spero possa rimanere sempre così, mi tiene sempre pronta perché richiede grande flessibilità di mente, corpo e spirito».

Domenica 8 novembre debutterà all’Unione Musicale con un programma che prevede una selezione di pagine dal repertorio di Haydn, Bach e Liszt. Qual è il filo conduttore che lega la scelta dei brani?
«Le Variazioni di Haydn sono un lavoro molto speciale, classiche nella loro struttura e “Sturm und Drang”, ovvero molto romantiche nel loro pensiero interiore; per quanto riguarda la trascrizione di Liszt e le sue ultime opere, ho cercato di mostrare lati diversi di questo autore, forse un Liszt più spirituale e lungimirante, un Liszt che ama e apprezza Bach, che guarda a Dio e crede in uno stretto legame tra Uomo, Dio e Natura e, infine, un Liszt innamorato dell’Italia, dell’opera e di Donizetti».

Oggi l’immagine e l’estetica sono fondamentali nella carriera di un artista, soprattutto per l’uso dei social network. Lei che rapporto ha con i social? Quanto ritiene importante il lavoro di costruzione dell’immagine per un musicista?
«Una domanda meravigliosa e complessa. Ovviamente amo i social network ma, allo stesso tempo, sento che bisogna stare attenti nell’usarli, proprio come si deve stare attenti nell’utilizzare la propria immagine. Perché? Perché, come tutto ciò che è esteriore e visibile, è una cortina di fumo, una proiezione irreale, una “moneta” volubile perché soggetta al passare del tempo e della moda. Tutto ciò rende l’intero “pacchetto social” molto semplice ma allo stesso tempo molto pericoloso. Anche con tutta la tecnologia che abbiamo e utilizziamo, le cose più importanti rimangono quelle invisibili agli occhi».

Intervista raccolta da Clarissa Missarelli per l’Unione Musicale

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