Maestro Guglielmi, quando e come è cominciato in lei questo particolare interesse nei confronti del corpus bachiano?
«Fin dai primi anni di studio, in cui già praticavo indistintamente il pianoforte, l’organo e il clavicembalo, avevo trovato in Bach e Frescobaldi i miei “numi tutelari”… l’esigenza di comprendere più da vicino la loro musica mi ha spinto ad approfondire la cosiddetta “musica antica con strumenti originali” o come si usa dire oggi “l’interpretazione storicamente informata”. Nel caso di Bach, successivamente sono passato dal corpus tastieristico a quello delle Messe, Passioni e Cantate sacre e profane: un vero oceano di meraviglie e fonte di continua gioia e gratitudine per la possibilità di poter godere di tanta poesia. Dopo la Passione secondo Matteo dello scorso anno, il Magnificat di quest’occasione, l’Oratorio di Natale che dirigerò a Stoccolma il prossimo Natale e la Passione secondo Giovanni che stiamo progettando, sempre con il Consort Maghini, mi manca solo la Grande Messa in si minore per completare le grandi opere sacre bachiane».

Quello del concerto di mercoledì 20 dicembre è un programma che comprende perlopiù pagine religiose del repertorio di Bach. È ben noto quanto la musica sacra sia stata importante per lui e l’abbondanza di Messe, Passioni e Oratori ne sono un esempio sintomatico: c’è un filo conduttore tra questi numerosi, fondamentali passaggi della carriera del maestro de Il clavicembalo ben temperato?
«È evidente come la Fede abbia rappresentato per Bach un caposaldo nella sua esistenza e una fonte continua di ispirazione. Ciò detto non dobbiamo dimenticare come l’elemento di elevare, “rendere sacro” il proprio lavoro, anche attraverso l’applicazione e lo studio in continua evoluzione di artifici come il contrappunto, la ghematria e la retorica siano l’elemento fondante e unificante di tutto il suo Opus».

All’arrivo presso la chiesa di San Tommaso di Lipsia, Johann Sebastian Bach aveva la necessità di mostrare le sue capacità ad un pubblico particolarmente esigente: il compositore della Turingia era infatti la terza scelta dopo il rifiuto di altri due musicisti ben più blasonati. Il Magnificat in mi bemolle maggiore BWV 243 – scritto in occasione del suo primo Natale a Lipsia – è una sorta di “vetrina” delle doti del nuovo Kantor: da quali elementi compositivi si può evincere questa funzione?
«La voglia di Bach di mostrare di che “pasta” fosse fatto si evince dalla scrittura molto concertante, dall’estrema varietà di forme impiegate e di danze a cui si è ispirato, e dalla strumentazione lussureggiante (che comprende flauti, oboi, trombe e timpani, doppio continuo, etc.), tipica delle festività più solenni. Nel caso del Magnificat poi, vi è anche l’impiego della polifonia a cinque voci, più ricca e dalle grandi possibilità contrappuntistiche. D’altronde quest’esperienza nel Canticum Mariano si riverserà poi in quel capolavoro assoluto del canone classico che è la cosiddetta Messa in si minore».

Maestro, il suo è un curriculum che può vantare collaborazioni di notevole spessore, tra artisti del calibro di Jordi Savall e Cecilia Bartoli ed ensemble come l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI e l’Ensemble La Fenice: c’è un’esperienza che le è rimasta più impressa di altre e della quale vuole raccontarci qualcosa?
«Come diceva Adriano Olivetti, la cui memoria mi è particolarmente cara: “Il passato mi interessa poco, in me non c’è che futuro!”. Facendo ovviamente le debite proporzioni mi riconosco molto in questa “forma mentis”, anche se riconosco che il mio recente debutto come direttore al Gran Teatre del Liceu di Barcelona, lo scorso luglio, dividendo con Jordi Savall la direzione musicale de L’incoronazione di Poppea di Monteverdi è un ricordo su cui torno volentieri, anche perché è stato foriero di fruttuose collaborazioni future! Infatti Sir Simon Rattle era tra il pubblico del mio debutto (la moglie Magdalena Kozěná impersonava il ruolo dell’imperatrice Ottavia) e a seguito delle sue impressioni mi ha invitato a essere il suo assistente per il prossimo Don Giovanni di Mozart presso il Festival di Aix-en-Provence. In più per il prossimo dicembre 2024 sono stato invitato nuovamente a dirigere la Royal Stockholm Philharmonic Orchestra (dove debuttai nel 2019) nell’Oratorio di Natale di Bach, con il celebre Coro da camera “Eric Ericson”».

Nel corso della sua carriera ha calcato parecchi palchi in giro per il mondo; con questo concerto torna “a casa”. Cosa significa Torino per lei?
«Torino è la città in cui sono nato, dove vivo con la mia famiglia, in cui ho completato i miei studi in Conservatorio e all’Università. La sua elegante riservatezza e il sano scetticismo verso ogni esagerazione della vita moderna della sua gente sono elementi che fanno sicuramente parte di me. Suonare (o dirigere, come in questo caso) “a casa” dà la giusta carica di emozioni per fare le cose bene e dare il massimo, come Artista e come membro della Comunità».

Intervista raccolta da Francesco Bonfante per l’Unione Musicale