Maestro Vertunni, può raccontarci come è nato il gruppo e che cosa significa “Samanvay”?
«Samanvay significa coordinazione, integrazione e solidarietà, indica ciò che rende possibile la realizzazione di una performance dove le parti respirano e incedono come un unico corpo, nella fattispecie: la melodia (sitar), il ritmo (tabla) e la danza. Il gruppo è costituito dal sottoscritto – Leo Vertunni –, Manish Madankar e Valeria Vespaziani. Ci siamo conosciuti nel contesto di un seminario di arti indiane in cui tenevamo le nostre lezioni (TEV – NirmAlarts Academy); inoltre i nostri maestri, Pandit Avaneendra Sheolikar (sitar) e Pandit Sandesh Popatkar (tabla), sono anch’essi colleghi uniti da un sodalizio artistico».

Che tipo di ensemble compongono il sitar e il tabla?
«Il sitar e il tabla costituiscono insieme l’organico per eccellenza della musica classica strumentale dell’India settentrionale. Il suo repertorio si è consolidato nel corso degli ultimi tre secoli, ma è erede di una tradizione ancor più antica. La peculiarità di questo repertorio, rispetto a quello vocale, sta proprio nel ruolo maggiormente paritario tra i due elementi, dove si alternano elaborazioni solistiche melodiche ad altre percussive. Il tabla è costituito da una coppia di tamburi a suono determinato, dove uno è intonato sulla tonica dello strumento solista che accompagna e l’altro su un intervallo variabile, anche in virtù della pressione esercitata sulla sua pelle dal musicista, rendendolo uno strumento estremamente espressivo con una vasta gamma timbrica».

Le danze che Valeria Vespaziani eseguirà provengono dalla stessa regione dell’India? Sono puramente astratte o hanno un significato spirituale o religioso?
«Valeria Vespaziani si esibirà in due stili coreutici: il Kathak e il Bharatanatyam. Il primo è giunto a maturazione in seno al milieu indo-islamico dell’India settentrionale, e dialoga con la musica di questa cultura, come ad esempio il sitar e il tabla. Mentre il secondo appartiene alla tradizione del Tamil Nadu, nel sud del subcontinente indiano. Entrambi gli stili hanno sia un repertorio rappresentativo, di narrazione della mitologia indiana, sia un repertorio maggiormente incentrato sulla tecnica e il ritmo».

È necessario che il pubblico abbia una conoscenza preliminare della cultura indiana per godersi lo spettacolo?
«Lo spettacolo può essere goduto anche da chi non ha una conoscenza preliminare, poiché l’estetica indiana ha già dimostrato nel Novecento di poter fare breccia nei cuori e nelle menti di un pubblico interculturale. I fondamentali della melodia e del ritmo non si discostano troppo dalla sensibilità occidentale, l’intonazione è ‘giusta’ (quindi non risulta ostica), il ritmo è coinvolgente e la danza estremamente suggestiva. Inoltre in Occidente inseriamo nelle nostre esibizioni delle brevi spiegazioni per fornire al pubblico alcune chiavi di lettura».

Intervista raccolta da Liana Puschel per l’Unione Musicale