Javier Comesaña ci racconti com’è nato il tuo amore per il violino? Hai mai avuto ripensamenti?
«Mia madre aveva studiato il pianoforte e offrì a mio fratello e a me da bambini la possibilità di avvicinarci alla musica, inizialmente sul pianoforte. Poi, quando avevo circa quattro anni, mia madre si rese conto che avevo l’orecchio assoluto e pensò che il violino sarebbe stato lo strumento più adatto per me. Adesso la ringrazio di questa sua scelta!
Per quanto riguarda i dubbi, si hanno praticamente ogni giorno, basta che un passaggio non risulti come uno vorrebbe. Io però collego questi “dubbi” con una certa propensione all’autocritica, partecipe anche dell’amore verso la musica e lo strumento.  Molto spesso si dice (e secondo me è vero) che la musica è una vocazione, ma lo è anche la capacità di critica di se stessi. Personalmente mi definirei un anticonformista nato, che inoltre ama la musica e il violino!»

Hai studiato a Madrid e a Berlino in scuole importanti e con grandi insegnanti. Qual è l’insegnamento più importante che senti di aver ricevuto?
«Mi hanno insegnato a non avere paura di essere me stesso, di cercare sempre l’autenticità dentro il linguaggio proprio di ogni musica e di ogni compositore e, combinando queste due idee, di andare al di là e trasmettere al pubblico i messaggi e i valori nascosti nei brani di musica classica, messaggi di cui abbiamo bisogno per non dimenticarci nel nostro impegno di essere  persone migliori».

 Lanciamo un messaggio ai giovani musicisti che ci leggono: secondo te quali sono le caratteristiche essenziali per diventare un musicista professionista? Come superare eventuali difficoltà?
«Per diventare un musicista professionista è necessaria, naturalmente, una solida formazione, ma collegandomi un poco alla domanda precedente, é vitale la voglia di trasmettere, condividere ed insomma continuare ricordando, ogni volta che saliamo sul palco, la trascendenza della musica classica nella società e nella nostra vita. Credo che noi musicisti non dobbiamo mai dimenticare che siamo fortunati ad essere responsabili di questa trasmissione».

Hai vinto una quantità impressionante di premi in concorsi internazionali, tra i quali anche il prestigiosissimo Concorso Joseph Joachim di Hannover. Molte persone però sono critiche verso le competizioni, perché le vedono come “nemiche” della Musica. Secondo te sono una tappa ineliminabile nella carriera di un giovane musicista?
«Tutti conosciamo la celebre dichiarazione di Bartók, secondo il quale “i concorsi sono per i cavalli, non per le persone…”. Capisco ciò che intende dire e fino ad un certo punto posso condividerlo, ma non del tutto. Alcune cose cambiano con il tempo e, secondo me, oggi come oggi nei giovani musicisti l’interesse è più focalizzato a dimostrare la loro capacità artistica e comunicativa, non soltanto l’abilità con lo strumento. Io stesso posso raccontare la mia esperienza al Concorso Joachim di Hannover: lì ho suonato da solo, con pianoforte, con orchestra d’archi, con quartetto d’archi e con orchestra sinfonica; da Bach ai brani contemporanei, senza dimenticare Mozart, Schumann, Stravinsky… si cercava un artista completo piuttosto che  “un cavallo alla Bartók”».

Come hai conosciuto Matteo Giuliani-Diaz e com’è nato il vostro duo?
«Matteo Giuliani ed io ci conosciamo da quando studiavamo  assieme alla Scuola Reina Sofia di Madrid, e devo dire che fin dall’inizio abbiamo avuto un’amicizia molto sincera (che spero si possa apprezzare e vedere specchiata nel nostro far musica) che ci spinse a cominciare a suonare insieme e scoprire il meraviglioso repertorio per violino e pianoforte».

 Come avete scelto i brani che eseguirete a Torino?
«Il programma scelto per il nostro debutto all’Unione Musicale di Torino è collegato con il leggendario violinista Joseph Joachim, a cui Dietrich, Schumann e Brahms hanno dedicato la sonata F.A.E (bellissima ma purtroppo non eseguita molto spesso, con l’ eccezzione dallo Scherzo). Joachim ha avuto una relazione molto stretta, quasi come maestro ed allievo, anche con Mendelssohn, di cui suoneremo la Sonata in fa maggiore (nella prima versione dal 1838): un brano molto luminoso, ottimista, di una grazia e purezza quasi mozartiane. Joachim inoltre è stato uno dei primi violinisti della storia ad includere nel suo repertorio abituale le Sonate e Partite per violino solo di Bach, con la celeberrima Ciaccona dalla Seconda Partita in re minore BWV 1004, con la quale daremo inizio al nostro recital. Di solito si dice che Bach è universale perchè oguno di noi ha il suo modo di capire e sentire la sua musica. Ecco, a noi due è sembrato interessante avere uno sguardo diverso su questo capolavoro eterno, attraverso gli occhi di Mendelssohn e Schumann, protagonisti principali dal resto del programma».

 

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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