Indro Borreani e Francesco Mazzonetto, avete entrambi iniziato a suonare da molto piccoli. Cosa vi ha affascinato, da bambini, dei vostri rispettivi strumenti?

Borreani: «Guardi, è una storia carina! Avevo cinque anni, mia mamma mi portò con lei al mercato e ad un certo punto un violinista di strada catturò la mia attenzione: non avevo mai sentito un suono così bello e mi fermai lì parecchio tempo ad ascoltarlo. Quando tornammo a casa chiesi a mia mamma di poter studiare il violino!»

Mazzonetto: «Quando avevo tre anni ho toccato per la prima volta i tasti del pianoforte e subito mi ha incuriosito il meccanismo e mi è piaciuto il suono dello strumento… L’anno dopo riuscivo già a riprodurre i primi brani che sentivo in televisione».

Entrambi siete vincitori di numerosi premi italiani e internazionali. Che cosa secondo voi rende “perfetta” un’esecuzione?

Borreani: «Ci sono tanti fattori. Sicuramente uno studio quotidiano e dettagliato, il rapporto con il palcoscenico, ma anche il sapersi lasciare trasportare dalla musica… Credo tuttavia che un’esecuzione non sia mai perfetta perché, purtroppo o per fortuna, non si incontrano quasi mai i gusti di tutti i presenti in sala ed è questo in realtà a rendere un’esibizione interessante oltre che a differenziare un musicista dall’altro»

Mazzonetto: «Penso che l’esecuzione perfetta sia quella che deve ancora venire: anelo alla perfezione sapendo che non potrò mai raggiungerla! Nell’esecuzione che permette di rendere un concerto memorabile o il raggiungimento di un premio importante concorrono tanti fattori: per me sono molto importanti l’atmosfera che si viene a creare, le persone vicino a me e le emozioni scambiate con il pubblico. Personalmente mi piace instaurare un rapporto sincero con gli ascoltatori dialogando con loro; penso che questo possa fare bene a chi assiste ad un concerto e alla musica, perché da troppo tempo si è venuta a creare una distanza profonda tra la Grande Musica e il pubblico, entrambi motore della vita dell’artista».

Com’è nata la vostra collaborazione? Qual è il punto di forza del vostro lavoro insieme?

Mazzonetto: «Nell’ambito di un mio concerto solistico per l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi ho conosciuto Natascia Chiarlo, l’assistente artistica del maestro Uto Ughi. È stata lei a presentarmi Indro, con cui si è creato un sincero rapporto professionale e di amicizia. Abbiamo un carattere affine e idee concordanti sulla musica; il nostro punto di forza è sicuramente la serietà con cui affrontiamo la musica».

Il 20 ottobre debutterete all’Unione Musicale. Proponete un programma molto vario, con brani di Liszt, Schumann, Mozart e Paganini. C’è un filo conduttore che lega la scelta delle opere?
Mazzonetto: «Abbiamo cercato di immaginare un programma che sottolineasse i legami che si sono instaurati tra i vari compositori. Sia legami concreti e quotidiani, come nel caso di Liszt e di Schumann, sia affinità spirituali, come il virtuosismo che lega Paganini a Liszt».

Borreani: «Paganini è il fulcro del programma insieme a Schumann, che scrive le trascrizioni dei Capricci e a Liszt che riesce a captare l’anima mefistofelica nel Mephisto Valzer. Abbiamo però voluto iniziare con Mozart, non solo perché storicamente è stato fondamentale per tutti i compositori successivi, ma anche perché nella Sonata K. 304 racchiude tutta la tenerezza del suo animo e, lasciatemelo dire, un preludio di Romanticismo che solo un genio come lui poteva avere.

 

Un rapido botta e risposta.

Puoi suonare un solo brano per il resto della tua vita: quale scegli?

Mazzonetto: «Il Mephisto Valzer di Franz Liszt per le sue mille sfaccettature».

Borreani: «Ne scelgo due: il Capriccio n. 24 di Paganini, perché è il compositore che più di ogni altro ha dato lustro al violino; l’altro è la Sonata per violino e pianoforte n. 1 di Brahms, perché commuove dalla prima all’ultima nota!».

Se dovessi paragonare il tuo strumento ad un piatto, quale sarebbe?

Borreani: «Dico la pizza… solo perché il mio piatto preferito!»
Mazzonetto: «Un piatto di lasagne per i suoi piani sonori, insieme alla sua corposità e concretezza».

E ad un animale?

Mazzonetto: «Un leone, per la sua forza unita alla maestosità. Il pianoforte a volte ruggisce!»
Borreani: «Anche se forse l’accostamento è un po’ scontato… l’usignolo!»

 Se il tuo strumento fosse un colore, quale sarebbe?

Mazzonetto: «Il bianco unito al nero per la presenza di luci e tenebre insite nella sua natura».
Borreani: «L’arancione!»

E se fosse un odore?

Borreani: «La lavanda! Non so perché, l’ho sempre associato al violino».
Mazzonetto: «Il legno appena lavorato che emana tutta la sua essenza».

 

Intervista raccolta da Clarissa Missarelli per l’Unione Musicale

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