Maestro Cascioli, la sua carriera è iniziata da subito con premi prestigiosi, ottenuti al cospetto di giurie presiedute da personalità illustri (tra cui Luciano Berio e Maurizio Pollini): cosa si prova a suonare di fronte a “giganti” del genere, soprattutto in giovane età?
«Ho affrontato il Concorso Micheli 1994 (all’età di 15 anni) con una certa “leggerezza” d’animo. Non mi aspettavo di passare nemmeno la prima prova. Partecipai a quel concorso soprattutto perché il repertorio richiesto mi interessava profondamente: Beethoven e la musica del ‘900. La musica del periodo romantico era totalmente esclusa (molto peculiare per un concorso!)».

Ad oggi, quante incisioni per Deutsche Grammophon ha all’attivo? A quando risale la prima?
«Una quindicina, se escludiamo quelle per Decca (che fa pur sempre parte di Universal). Il mio primo cd uscì nel 1997 per DGG. Credo che oggi sia pressoché introvabile!»

Richard Dyer l’ha definita un genio, “un genio che crea da sé le sue regole”: quali sono queste sue “regole”? Qual è il suo approccio allo studio di un brano?
«Cerco solo di svolgere onestamente il mio ruolo di interprete. Tento di avvicinarmi allo spirito di un’opera musicale per quello che la mia conoscenza e intuito possono permettere. Tento di essere fedele alle intenzioni e all’estetica dell’autore. Nel far ciò, può capitare che io mi allontani da uno stile interpretativo standardizzato, comunemente accettato: ciò deriva da un percorso di ricerca e non dal desiderio di produrre qualcosa di volutamente eccentrico (lungi da me!). Nulla di geniale».

Diventare “artisti gialli” (cioè incidere in esclusiva per la Deutsche Grammophon) è un traguardo importante e ambito da tutti i musicisti classici: come e quando vi è arrivata la notizia? A che punto della vostra carriera vi siete resi conto che divenire parte della prestigiosa etichetta tedesca era una possibilità concreta?
«Nel mio caso, Il Concorso Micheli 1994 dava come premio un contratto con DGG. In tutta onestà, non attribuisco molta importanza a questo genere di cose. Chi conta è solo il compositore, il creatore; l’interprete è semplicemente un “tramite” che può fare moltissimi danni…se si è consapevoli di questo aspetto, resta poco spazio per inutili vanità».

Per concludere: qual è il vostro pezzo preferito tra quelli in programma e perché?
«Non ho un pezzo preferito: questi autori non sono paragonabili. Sono tutti grandi e geniali, ma tutti diversi fra loro. Tuttavia, Le dirò che sin da piccolo ho sempre avuto un debole per Beethoven».

Intervista raccolta da Francesco Bonfante per l’Unione Musicale