Federica Leonbruni, come nasce il vostro ensemble Instrumentum Vocale?

«L’ensemble Instrumentum Vocale nasce a fine 2021, risultato di un’idea maturata in anni di studio e lavoro a metà fra la musica e l’economia. Sono infatti almeno tre le ragioni per cui ho infine deciso di dar vita a questo ensemble rivolgendomi ad altri musicisti piemontesi conosciuti negli anni di studio presso il Conservatorio di Torino.
Innanzitutto un motivo prettamente artistico: il desiderio di avere un ensemble di strumentisti/cantanti con cui poter creare programmi molto tematizzati a livello di contenuto e molto variegati a livello timbrico grazie all’alternanza di organici fra loro differenti. In particolare forte era la curiosità di sperimentare l’esecuzione di madrigali polifonici incrociando voci e strumenti. Un secondo motivo riguarda sempre la sfera artistica ma nello specifico al processo di maturazione professionale. Esperienza condivisa da molti giovani musicisti è il trovarsi a passare da situazioni prettamente studentesche direttamente all’ambiente lavorativo senza adeguate occasioni di crescita intermedie. Il desiderio era dunque di creare un gruppo di giovani che potesse trovare in questo progetto uno spazio e un’opportunità di crescita professionale sia dal punto di vista artistico sia strettamente umano. Un luogo dove poter sperimentare, sbagliare, provare e cambiare idea, un contenitore dove riversare le competenze e le passioni di ciascun componente. Un luogo dove poter maturare musicalmente trovandosi nella condizione non solo di suonare a parti reali ma anche di farsi attivamente propulsori di idee di repertorio e di interpretazione e di eseguire uno o più brani solistici all’interno del concerto di tutto il gruppo.
Infine, un motivo progettuale. Maturate le prime esperienze professionali in ambito economico, forte era anche il desiderio di creare un gruppo che fin da subito avesse una struttura gestionale ben definita, un modus operandi chiaro e che mirasse a investire insieme su un progetto di lungo termine senza dipendere necessariamente da occasioni concertistiche esterne. Non siamo un gruppo nato per una particolare richiesta concertistica o che si è trovato a studiare insieme: abbiamo scelto di iniziare insieme un percorso nella speranza di creare un prodotto nuovo e trovare uno sbocco lavorativo a questo progetto, cosa che per fortuna si sta avverando».

Molti membri del gruppo sono strumentisti e cantanti: storicamente, questa era una caratteristica tipica degli interpreti del repertorio a cui vi dedicate? La doppia formazione vocale e strumentale influisce sul vostro approccio interpretativo?
«Assolutamente sì e questo per me rimane tutt’oggi l’ideale dell’artista. Non mi riferisco necessariamente alla pratica su più strumenti (che può portare con sé il grande rischio di uno studio più superficiale in più ambiti) ma soprattutto a un approccio che parta dalla comunione delle arti. È risaputo che l’interpretazione della musica di qualsiasi epoca non possa prescindere dalla consapevolezza del contesto culturale in cui essa sia stata composta ma l’iper specializzazione tecnica cui la musica classica tende rischia di porre questa attenzione semantica in secondo piano, ben dopo il virtuosismo e l’appeal comunicativo. In particolare per lo studio di un’arte di un passato lontano, invece, fondamentale è la curiosità di cercare in altre arti le chiavi di lettura e i codici interpretativi che sottendono anche al linguaggio musicale e che rischierebbero di rimanere nascosti.
Per quanto riguarda la competenza in altri campi artistici dobbiamo affidarci a letture ed esperti del settore ma nel nostro piccolo cerchiamo di avvicinare e fondere il più possibile il linguaggio vocale a quello strumentale, linguaggi sempre vicini e spesso intersecati ma sempre autonomi. Avere musicisti che siano sia cantanti sia strumentisti permette non solo di variare frequentemente la timbrica proposta (si ha la possibilità di combinare organici fra loro molto differenti) ma anche di approcciare in modo diverso lo studio. Tutti gli strumentisti sanno quanto sia utile pensare a un testo specifico che detti l’articolazione della frase e questo fenomeno diventa quanto mai essenziale nella prassi della pseudomonodia che prevede che le diverse voci di un madrigale polifonico siano affidate sia a cantanti sia a strumenti. Bisogna venirsi incontro sul modo di pronunciare le parole, sul respiro, sulla realizzazione dei passaggi diminuiti ma tutto ciò fa parte della difficile quanto meravigliosa costruzione del suono del gruppo».

Proporrete una panoramica sull’evoluzione della figura femminile nella cultura dal Medioevo al Rinascimento. Qual è l’aspetto più originale, ricorrente, interessante o –perché no – problematico nella rappresentazione della donna in quei secoli? Tra i pezzi che suonerete ve n’è uno in particolare che esprima meglio quell’aspetto?
«Se nei tempi antichi grande era grande libertà nella narrazione dell’amore verso la donna e si hanno molte protagoniste femminili anche nella mitologia e nell’epica, il diffondersi del Cristianesimo ha successivamente portato a una focalizzazione ed accettazione della donna in arte quasi esclusivamente in riferimento alla sola figura di Maria e al suo ruolo di madre di tutte le madri. Nonostante nel Basso Medioevo si torni a parlare diffusamente della donna raggiungendo l’apice dell’amore stilnovista, la figura femminile risulta del tutto idealizzata, quasi incastrata nella sua rappresentazione figurativa di un quadro o di una statua. Ci è parso perciò interessante partire dalla visione della donna in ambito sacro, scivolare nell’amor cortese e poi stilnovista per poi infine arrivare a toccare il tema della donna guerriera come punto di contatto con la modernità: la donna che si traveste e sceglie di combattere è simbolo di un’individualità che esce dal ruolo che la società affida, dal ristretto numero di sentimenti concessi, per affermare con l’azione concreta la propria autonomia personale ed emotiva. Un brano che riesce a sintetizzare molti degli intrecci di significati sopra esposti è Deh non cantar, madrigale a cinque voci di Luzzasco Luzzaschi: in soli otto versi si legge la schiavitù e la sottomissione provocati dall’amore verso una donna, la paura del suo effetto ma anche la consapevolezza e il desiderio di non rinunciarvi perché irrinunciabile è la gioia e la salvezza spirituale che ella genera».

Dentro a li occhi suoi ardeva un riso / tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo /de la mia gloria e del mio paradiso” è una citazione dantesca (Paradiso, Canto XV): è stata proprio la lettura della Commedia del Sommo Poeta ad ispirarvi nell’organizzazione del concerto? Se no, da dove è scaturita l’idea?
«Sì, il riferimento è volutamente dantesco nonostante questi versi costituiscano solo un breve inciso all’interno del canto del Paradiso in cui si trovano. Ciò che più ci ha colpito di queste parole e che le ha rese, a nostro avviso, così adatte a dare titolo a questo concerto, è l’infinita tenerezza e devozione con cui esprimono l’amore verso Beatrice, un personaggio che incarna diversi dei caratteri che questo programma vuole illustrare.
La forza della figura di Beatrice sta infatti nella sua posizione di ambivalenza fra amore umano e amore sacro, un amore così perfetto che si fa salvifico. Ci piace che la ricerca della bellezza sia vista come strumento per raggiungere l’elevazione spirituale dell’animo umano così come ci piace riconoscere un Dante semplice che -ancora incredulo della vista di Cacciaguida e un po’ impaurito dalle sue parole in latino che non riesce a comprendere – si volta verso la sua amata Beatrice e per un attimo si estranea dal contesto rimanendo incantato dalla bellezza del suo sorriso. Ci colpisce che Dante veda il sorriso di Beatrice non sulle sue labbra ma nei suoi occhi che così tanto sanno esprimere senza bisogno di parole; un’attenzione che si riflette anche nella scelta del programma in alternanza fra brani cantati dove il testo esplicita in modo più o meno diretto il contenuto e brani strumentali dove siamo noi esecutori (e ascoltatori) a scegliere un sottotesto tramite il collocamento degli stessi a un certo preciso punto della narrazione musicale del concerto.
La meraviglia che scaturisce dal sorriso di Beatrice porta Dante alla massima gioia e così all’avvicinarsi al Paradiso; un effetto simile genera la dolcezza del canto nel sopracitato madrigale Deh non cantar di Luzzaschi: Anzi pur canta/ Per che dolcezza tanta/ Mi porge il tuo cantar ch’egli m’e aviso/D’esser in paradiso».

Un po’ santa, un po’ eroina, sempre oggetto di un amore descritto come purissimo e intenso da parte di coloro che cantavano le loro belle: ancora una volta la donna viene vista attraverso i soli occhi dell’uomo. Il male gaze ha influenzato parecchia storia dell’arte (di tutti i generi); in questo caso, poi, è necessario applicare un ulteriore distinguo, relativo all’effettiva natura dell’amore e delle relazioni a quei tempi e a quelli che si rivelano essere meri espedienti letterari: vi è capitato di fare riflessioni di questo tipo nella realizzazione del vostro spettacolo?
«Il tema della percezione della donna da parte della società e del suo effettivo ruolo all’interno di essa è sicuramente un tema molto attuale e sì, ci ha portato ad alcune riflessioni. Come per altri temi, calarsi nell’arte del passato non vuole essere un fuggire i problemi della contemporaneità, ma piuttosto un recupero e un’indagine là dove la nostra cultura affonda radici con la speranza di aprire nuove chiavi di lettura. Lo sguardo degli autori era sì uno sguardo “al maschile” ma con una doppia valenza: da un lato la dichiarazione di un’insolita inversione di forze fra uomo e donna, dall’altro l’evidente utilizzo di un espediente letterario per parlare in modo più ampio dei sentimenti umani.
A partire dal Trecento la donna è oggetto d’amore e di devozione da parte di poeti, musicisti e pittori: la particolarità è che l’uomo spesso di si pone in condizione di inferiorità e sottomissione sottolineando come la meraviglia prodotta da Lei sia in grado annebbiare caratteri che – invece – rendevano l’uomo “superiore” come la forza fisica o la razionalità.
In molti casi parlare d’amore fu sicuramente un espediente letterario e musicale ma l’amore è uno dei sentimenti in assoluto più rappresentati in tutte le arti e un sentimento che pur mutando forma attraversa tutte le epoche con la stessa forza e dirompenza. Oggi come allora cantare d’amore, provare a dare parole e note alla miriade di sfaccettature che questo sentimento può nascondere, è parlare dell’Uomo come essere capace di provare sentimenti, è un linguaggio sempre attuale.
Ultimo punto che mi sento di sottolineare è che proprio a cavallo fra il Cinquecento e il Seicento la musica divenne anche uno strumento di emancipazione femminile: se già prima era comune che le nobildonne studiassero musica e si esibissero all’interno delle loro stesse corti, man mano si creò una distinzione (anche a livello di repertorio) fra i colti amatori e i professionisti e sono molteplici gli esempi di donne musiciste (cantanti, strumentiste e compositrici) che giravano l’Italia portando nelle corti il proprio virtuosismo e la propria competenza. Non è raro che i testi amorosi utilizzati siano automaticamente immaginati come pronunciati da una figura maschile ma molto spesso il genere del latore non è univoco e con donne autrici ed interpreti può essere interessante immaginare un punto di vista diverso».

Instrumentum Vocale è un gruppo di nascita piuttosto recente: qual è il vostro bilancio dopo un paio d’anni di attività come ensemble? Cosa avete raggiunto/ottenuto e quali sono i vostri obiettivi a lungo termine, ancora in fase di lavorazione?
«Ciò che sicuramente abbiamo maturato è la consapevolezza del tipo di prodotto che vogliamo portare sul palco: una narrazione. Vogliamo che i nostri programmi siano fortemente tematizzati e immersivi, vogliamo che la grande varietà timbrica accompagni lo spettatore in un racconto dettagliato, fatto soprattutto di emozioni, e che suoni e silenzi si inseriscano in un’unica organica esposizione. Vorremmo creare delle bolle di astrazione dalla concretezza del quotidiano e trasportare lo spettatore in un momento altro, rigenerativo. Non siamo (purtroppo) attori, lasciamo parlare la musica, ma sappiamo che il coinvolgimento emotivo permette a ogni ascoltatore di immergersi in un proprio personale percorso narrativo e di trovare le proprie parole, adatte a quel particolare momento di vita.
Siamo ancora giovani sia come singoli musicisti sia soprattutto come gruppo e siamo più che determinati a raccogliere il meglio da ogni esperienza: ogni occasione concertistica avuta fino ad oggi è stata per noi occasione di crescita individuale e collettiva grazie ai feedback del pubblico che ci segue con affetto e calore e grazie ai preziosi consigli dei direttori artistici del territorio che ci hanno accolto con fiducia all’interno dei loro festival. Abbiamo investito parte delle nostre energie anche nell’avere alcune registrazioni professionali e nel 2023 siamo diventati formalmente Associazione nella speranza di poter instaurare quanto prima un percorso di collaborazione più continuativa con altri enti del territorio e di inserirci nel panorama della divulgazione culturale locale. Obiettivi futuri sono sicuramente ampliare il raggio di pubblico raggiunto espandendo la nostra attività in altre zone d’Italia e all’estero, sperimentare nuove combinazioni timbriche anche con altri strumenti e affrontare un percorso di studio insieme. Un sogno nel cassetto? Riuscire un giorno a promuovere un grande evento piemontese che unisca le forze di tanti ottimi gruppi giovanili che lavorano sul territorio».

 

Intervista raccolta da Francesco Bonfante per l’Unione Musicale