Provenite da una famiglia di musicisti (entrambi i vostri genitori sono pianisti), ciononostante scegliere di intraprendere la vita da musicista non è scontato. Quando avete sentito personalmente che la musica poteva essere la vostra strada? Quali sono stati gli elementi (interiori) che vi hanno spinti?
Fabiola «La musica è sempre stata, fin dalla mia nascita, una forma di linguaggio imprescindibile. Tuttavia, la scelta di perseguirla come carriera non è stata assolutamente automatica: fino alla prima adolescenza questa era la mia passione, ma nutrivo contemporaneamente interesse nei confronti di discipline diverse, senza una vocazione unica e specifica. A quattordici anni l’incontro con Ana Chumachenco cambiò tutto: mi folgorò con una lettura della musica di profondità ineguagliabile, ispirandomi, e allo stesso tempo mi spinse a credere nel mio potenziale e a fare della musica la mia strada».

Paolo «Avere entrambi i genitori musicisti è stato sicuramente fondamentale per avvicinarsi al mondo della musica classica, ed è grazie a loro se abbiamo avuto gli strumenti per poter seguire il cammino musicale. Nel mio caso, ho sempre preso seriamente lo studio del violoncello e ho sempre mantenuto la costanza quotidiana. Se da piccolo vedevo la musica come svago, con il passare del tempo si è trasformata in completa passione e dedizione. Questo cambio di mentalità è avvenuto principalmente durante gli anni del Conservatorio, in cui sono riuscito a immergermi completamente nell’ambiente musicale. Dopodiché, ciò che mi ha spinto a rimaner concentrato sul violoncello e sulla classica in generale è stato il costante desiderio di scavare a fondo in questo mondo, per maturare le mie idee e le mie conoscenze musicali».

Il fatto di essere fratelli (e quindi di aver condiviso molte esperienze di vita e anche musicali) vi aiuta a fare musica da camera insieme? Nel suonare insieme vi riconoscete/ritrovate come persone o scoprite cose nuove luno dellaltro?
Fabiola «In realtà, il fatto di suonare insieme è relativamente una novità per me e Paolo; abbiamo caratteri estremamente diversi, oserei dire opposti, che nella vita di tutti i giorni naturalmente tendono a scontrarsi. La musica, però, diventa una sorta di zona franca, in cui le differenze perdono la loro importanza, in quanto entrambi la amiamo in maniera viscerale e condividiamo un ideale di sano perfezionismo per quanto riguarda la ricerca musicale».

Paolo «Da bambino ho sempre guardato mia sorella con grande ammirazione e ho sempre cercato di imparare il più possibile da lei, cosa che è valida anche per il presente. Per fare un esempio, il mio primo tentativo di vibrato è avvenuto osservando e imitando il movimento della mano di Fabiola. Inoltre, siamo cresciuti ascoltando le stesse registrazioni e questo ci ha permesso di crescere con lo stesso gusto musicale. Perciò la nostra intesa si è consolidata nel tempo e quando ci capita di lavorare insieme è sempre un grande piacere e emozione».

All’Unione Musicale presentate un programma sorprendente, con pagine di Schulhoff, Hindemith, Berio e Ravel. Come lo avete scelto? C’è un filo rosso che unisce i brani che eseguirete?

Paolo e Fabiola «Sicuramente l’opera centrale del programma, non che pietra miliare del repertorio per violino e violoncello, è la Sonata di Ravel. A partire da quest’ultima abbiamo cercato di costruire un programma che richiamasse stili di scrittura innovativa in netto contrasto con la tradizione ottocentesca. Inoltre, per quanto riguarda Schulhoff, Ravel e Hindemith, le loro opere che eseguiremo sono di qualche anno conseguenti la Prima Guerra Mondiale, un evento che ovviamente cambiò il modo di fare arte. Il primo brano che eseguiremo, il duo di Schulhoff, presenta elementi contrastanti: da un lato la quasi apatia dell’espressionismo tedesco caratterizzata da un’armonia priva di punti di riferimento, dall’altra melodie popolari basate su danze folkloristiche.
Di stile espressionistico è anche la Sonata per violoncello solo di Hindemith. Tutti i cinque movimenti sono segnati dal forte conflitto armonico: accordi aspri che si alternano ad accordi dissonanti, e viceversa, così come Schiele avrebbe dipinto la sensualità con un tratto così marcato e spigoloso. Segue poi la Sequenza VIII per violino solo di Luciano Berio. Si tratta di un brano ostico all’esecuzione e all’ascolto, ma ricco di innovazioni tecniche e strumentali che portano lo strumento al limite delle sue capacità. Ispirata alla celebre Ciaccona in re minore di Bach, la Sequenza si elabora attorno alle note “la” e “si”, che daranno vita alla tela polifonica del pezzo.
Da ultimo eseguiremo la Sonata per violino e violoncello di Ravel. Duro contrappunto, dialoghi e giochi di scambio tra i due strumenti, netti elementi ritmici, armonia aspra, perdita della tradizionale melodia, immagini simboliste, temi folkloristici: questi sono alcuni degli strumenti che Ravel utilizza per sperimentare un nuovo linguaggio, diverso dalle opere precedenti e frutto sicuramente dall’incontro con la musica di Schoenberg, Stravinskij e Bartók. Così il compositore si esprimeva a proposito della sua opera: “Credo che questa Sonata segni una svolta nell’evoluzione della mia carriera. Lo spoglio vi è spinto all’estremo. Rinuncia al fascino armonico; reazione sempre più netta nel senso della melodia.
La nostra idea è quella di presentare all’Unione Musicale un programma “estremo”, in cui i nostri strumenti verranno portati al limite delle loro potenzialità. Per noi sarà una grande prova di tenuta fisica e mentale, dato che il concerto si infiammerà presto sulle note di Schulhoff e sfocerà nel gran finale di Ravel». (Paolo e Fabiola)

4) Il pubblico si approccia con un podi sospetto alla musica del Novecento, che percepisce come più ostica allascolto. Secondo voi offre comunque spunti emotivi” ai quali ci si può sintonizzare durante lascolto?
Paolo e Fabiola «Il sospetto nei confronti della musica del Novecento, specie quello più inoltrato, è normale, in quanto il linguaggio musicale tende ad essere molto differente da quello a cui si è abituati. Vorremmo però invitare il pubblico ad approcciarvisi il più possibile senza pregiudizi, e ne rimarrà sorpreso: spesso questa musica porta con sé una carica emotiva potentissima e quasi destabilizzante. Ovviamente non si può generalizzare, ma prendiamo ad esempio la Sequenza VIII di Berio: il nostro suggerimento è di mettere momentaneamente da parte l’ideale di bellezza e tonalità che rappresenta la nostra zona di comfort, e lasciarsi coinvolgere in un viaggio che trascende le note per diventare un’esperienza gestuale, emotivamente cruda – come l’autore stesso affermava – una lotta tra l’esecutore, i propri limiti e quelli del suo strumento».

Fabiola, ha recentemente partecipato al Concorso ARD di Monaco. Che cosa le ha lasciato questa esperienza?
«Partecipare all’ARD è stata senza dubbio l’esperienza musicale più determinante degli ultimi anni. Dopo un lungo periodo personalmente e professionalmente molto complesso, ho iniziato il processo di preparazione senza nessun tipo di aspettativa, solo per avere un obiettivo concreto nel vuoto dei primi mesi del 2021. Se passare la preselezione già era stata una sorpresa, essere selezionata tra i 14 violinisti destinati ad esibirsi dal vivo a Monaco mi ha lasciata senza parole. Non dimenticherò mai l’estate di lavoro prezioso ed entusiasmante, di ricerca instancabile di me stessa e del messaggio che volevo mandare, ma soprattutto la ricostruzione di un legame intimo tra me e il violino. Ritrovare la sicurezza e gioia nella musica è stato assolutamente impagabile e ho potuto esibirmi su quel palco spaventoso sentendomi a casa: una sensazione di catarsi e gratitudine che porterò sempre con me».

Progetti per il futuro?
Fabiola «Al momento sono immersa nelle pagine violinistiche di Sibelius e Sostakovic, ma mi aspettano mesi ricchi di musica da camera entusiasmante. Ho intenzione di continuare a preparare qualche concorso: una volta scoperta l’adrenalina della preparazione e di un lavoro così dettagliato, è difficile farne a meno!»

Paolo «Nel futuro prossimo conto di completare i miei studi al Mozarteum con il maestro Enrico Bronzi e nel frattempo conto di fare esperienze importanti come concerti, importanti concorsi, masterclass, incontrare grandi artisti… Il mio obiettivo principale rimane però quello di continuare a lavorare per crescere come persona e come musicista».

 

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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