Maestro Pagano, ha iniziato lo studio del violoncello all’età di 9 anni: come è nata questa passione? Ha mai avuto ripensamenti?
«Credo che non si trattava solo di una “passione”: la musica, il violoncello, ha rappresentato innanzitutto una sfida con me stesso sotto molti punti di vista. È stato sempre un punto di riferimento sul quale appoggiarmi, sapevo che era qualcosa che non sarebbe mai mancato, qualcosa su cui avrei potuto contare. Ho un fratello che studiava il Violoncello prima che io iniziassi. Quando smise, lasciò in casa questo strumento, che io osservai e studiai da lontano per anni, prima di prenderlo in mano. Mia Mamma è una insegnante di pianoforte, e certamente mi ha guidato nei miei primi anni di studi, ma non è stata lei a darmi lo strumento in mano: fu una mia scelta, dettata probabilmente dalla curiosità che mi suscitava quello strumento dalle dimensioni non indifferenti, per un bambino. Credo che con tutti i presupposti necessari non ci possano essere ripensamenti nella testa di un musicista: costanza, perseveranza, coerenza con sé stessi e con il proprio passato. Non ho mai pensato di aver sbagliato percorso, di voler cambiare, perché so che è qualcosa che ho voluto io prima di tutti, nel quale ho messo  tanto impegno ed energie, senza che nessuno me lo avesse chiesto».

Ha dichiarato che il talento non è nulla senza la testa e la volontà di migliorare. Lanciamo un messaggio ai giovani musicisti che ci leggono: secondo lei di che cosa si nutre la fiducia in sé stessi? Come superare eventuali difficoltà?
«Le difficoltà fanno semplicemente parte di un sano percorso di miglioramento di ognuno di noi. Non avere difficoltà, momenti di crisi, vuol dire non migliorarsi e rimanere nel punto in cui ci si trova. E in questo percorso la fiducia in sé stessi è fondamentale. La verità, l’unico punto fermo sul quale dobbiamo basare tutto, è che la fiducia, viene costruita da noi stessi, all’interno di noi stessi: finché ci sono agenti esterni che intervengono (critiche, complimenti, esaltazioni, insulti, ecc.) il nostro stato mentale sarà sempre dipendente da qualcosa. Una volta compreso questo anche i risultati cominceranno ad arrivare. Bisogna sempre essere contenti di quel che si fa, e cosa più importante star bene con sé stessi e trovare il proprio baricentro, qualsiasi sia il percorso che si intraprenda».

Dal 2013 ad oggi ha vinto una quantità impressionante di premi in concorsi nazionali e internazionali, tra i quali i recentissimi riconoscimenti (primo premio, premio per la migliore Sonata e altri due premi speciali) al XVIII Kachaturian International Competition in Armenia. Molti però sono critici verso le competizioni, perché le vedono come “nemiche” della Musica. Secondo lei sono una tappa ineliminabile nella carriera di un giovane musicista?
«Ritengo che siano se non ineliminabili, altamente consigliabili: il mondo della musica negli ultimi anni si è aperto a sempre più persone, ci sono sempre più musicisti, il livello medio si sta alzando moltissimo, e di conseguenza ci sono molti più giovani che hanno le carte in regola per  diventare i grandi nomi del futuro. Ma siamo in un contesto dove l’attività concertistica, anche per questioni economiche, non si sta adeguando ai nuovi numeri del terzo millennio. In tre parole: c’è più concorrenza. Oggi un concorso rappresenta un’etichetta, un biglietto da visita, che può dare la spinta necessaria soprattutto ad un giovane. Ho sempre ammirato anche la natura perfezionistica che risiede in ogni concorso: ti ritrovi a dare il meglio di te, ogni giorno, sapendo che altri tuoi coetanei stanno facendo lo stesso. Ovviamente bisogna guardare i suoi risvolti negativi: il fatto stesso che si decreti un vincitore la dice lunga su quanto non sia la forma d’arte più pura che esista. Può portare ansia, insicurezza, depressione, ma al tempo stesso può essere un momento molto formativo, ti può aiutare a superare tutto questo. Per la mia personale esperienza i concorsi sono state quelle esperienze che mi hanno liberato emotivamente, che mi hanno fatto crescere di più in un lasso di tempo brevissimo, perché ti mettono in una situazione dove, se vuoi uscirne, puoi contare solo sulle tue forze».

Come ha conosciuto Maya Oganyan e com’è nato il vostro duo?
«L’ho conosciuta nelle masterclass estive dell’Accademia Chigiana. È un’idea che è nata anche grazie al M° Brunello, e quello a Torino sarà il nostro primo concerto!»

Come tutti i giovani d’oggi, anche lei usa molto i social media. Per un giovane musicista è importante essere presente su queste piattaforme anche dal punto di vista professionale? Come gestisce il rapporto con i suoi follower?
«In realtà sono sempre stato critico verso queste piattaforme: tutti tendono a mostrare la miglior versione di sé, e non ero a mio agio perché sentivo che c’era un costante giudizio su tutti. Ho invece cominciato ad apprezzarle quando ho capito cosa avevo tra le mani, la potenza di un mezzo che risultava utilissimo, potendo raggiungere un pubblico molto vasto, e potendo condividere semplicemente i miei pensieri e la mia attività, senza che il peso del giudizio gravasse su di me. Ho capito negli anni che è un mezzo che ti può aiutare: in un certo senso questo, come un concorso, è un biglietto da visita che forgia l’immagine che dai al mondo. Però non deve mai essere un peso, o un obbligatorietà, perché è il tipico mezzo di informazione che funziona solo se si è naturali, e a proprio agio nell’utilizzarlo».

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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