Maestro Bronzi, com’è venuto a contatto con il Muzsikás Folk Ensemble e con il mondo della musica e del folklore magiaro? Cosa l’ha affascinato maggiormente, portandola a decidere di dedicare a queste tematiche uno spettacolo in collaborazione con il suddetto gruppo strumentale?
«Muzsikás è senz’altro il più importante gruppo rappresentante di quella musica magiara a cui Béla Bartók guardava per ritrovare le radici della musica originale dell’area che tra Ungheria, Romania, Bulgaria e Transilvania ha avuto contorni geografici sfumati e più volte ridisegnati dalla Storia. Si tratta di una musica che più tardi si è mischiata con le pratiche dei violinisti virtuosi della comunità rom e che Bartók e Kodály hanno tentato di riscoprire e conservare allontanandosi dalla città e iniziando di fatto la scienza dell’etnomusicologia.
Ho conosciuto Muzsikás attraverso l’amicizia che mi lega al compositore Simone Fontanelli, mio collega al Mozarteum di Salisburgo e musicista intriso di cultura ungherese. Ho scoperto un universo musicale sconvolgente per energia e poetica, che parla di uomini e di storia, di terra e di pratiche musicali completamente integrate con la società in cui si sono formate».

Si è trovato subito a suo agio con un gruppo che suona solo questo tipo di musica? Che difficoltà e opportunità le ha dato un incontro di questo tipo?
«Con loro si va al cuore delle ragioni profonde del far musica e si svelano anche origini di una parte importante della poetica di Gyorgy Ligeti, a cui ho dedicato un impegno e un interesse continuo. Trovo che la musica magiara, questo autentico “fossile” vivente della pratica musicale, contenga delle chiavi fondamentali per capire la musica del più grande degli autori del secondo Novecento».

Oltre a quello di violoncellista e direttore d’orchestra, è noto anche il suo ruolo di curatore e direttore artistico: che riscontro ha ricevuto da parte delle nuove generazioni di musicisti (e non)? C’è attenzione e interesse nei confronti di repertori che vanno al di là della musica classica?
«Oggi lavoro con passione alla programmazione della Fondazione Perugia Musica Classica, che unisce gli Amici della Musica e la Sagra Musicale Umbra, collaborando parallelamente con l’Orchestra da Camera di Perugia. Una programmazione che si rispetti contiene molti aspetti sfaccettati della produzione musicale, inclusa la contemporaneità e percorsi insoliti, come avviene in modo esemplare anche qui all’Unione Musicale. Credo che oggi rappresentiamo qualcosa di più che dei contenitori di eventi e raccontare qualcosa di più al pubblico restituisce sempre grandi soddisfazioni in termini di entusiasmo».

La rassegna DISCOVERY dell’Unione Musicale nasce con l’obiettivo di fornire al pubblico “uno sguardo oltre i confini della classica”, per esplorare patrimoni musicali più o meno noti, spesso appartenenti alla cultura tradizionale e popolare di specifici gruppi etnici. Con il repertorio di stasera farete un lavoro simile: qual è la forma mentis giusta per approcciarsi a questi repertori nel 2024 in qualità di esecutori e/o ascoltatori?
«Il patrimonio etnomusicologico è per me una sorgente continua di ispirazione, perché svela il rapporto atavico dell’uomo con la pratica musicale. Credo che fare dialogare gli universi delle musiche tradizionali con la musica d’arte sia estremamente naturale e sveli aspetti nuovi a noi musicisti di formazione classica, che tentiamo sempre di far rivivere la musica da un pentagramma stampato. Il testo musicale è talvolta solo una traccia del pensiero vivo dell’autore. La musica della tradizione orale è invece un fuoco tenuto acceso dai musicisti stessi, che come in un tempio di Vesta tramandano le voci di una cultura o di un tempo. Dei musicisti popolari invidio questo rapporto diretto con la società a cui appartengono e vorrei farlo mio».

Intervista raccolta da Francesco Bonfante per l’Unione Musicale