Maestro Tabbia, più di dieci anni di attività con il Coro da camera di Torino, coronati recentemente dalla vittoria al Concorso di Vittorio Veneto (tre primi premi, oltre a riconoscimenti e premi speciali). Quali nuovi progetti vi attendono?
«La prossima settimana un concerto a Milano dove eseguiremo fra l’altro la Via Crucis di Liszt e dove torneremo ancora in primavera. Stiamo anche preparando un appuntamento internazionale ma i progetti più importanti per noi sono quelli relativi ai nuovi programmi musicali da studiare e fra questi l’esecuzione di diversi brani che importanti compositori italiani hanno scritto per noi in occasione appunto del nostro decennale».

Ci illustra brevemente il programma del concerto intitolato Made in England?
«Il titolo di questo concerto rappresenta un’ideale continuazione di un progetto interamente dedicato ai compositori italiani che abbiamo inciso con il titolo appunto di Made in Italy. Il programma proposto intende offrire un’idea non tanto di un’evoluzione della musica corale inglese quanto della sua ininterrotta presenza nel repertorio internazionale. Per questo ha senso parlare di una vera e propria scuola polifonica, che ha mantenuto caratteristiche assolutamente peculiari, quali una grande ricchezza ritmica e un uso assolutamente non convenzionale del cromatismo e del colore armonico. Il programma va da John Taverner a John Tavener e, in un curioso gioco di assonanze, dimostra come in tutti questi secoli non sia mai venuta meno l’attenzione per il repertorio corale. Si tratta di un omaggio alle voci dei principali autori che, dai tempi della dinastia dei Tudor a oggi, hanno mantenuta intatta la qualità della composizione polifonica».

Quali sono le sfide interpretative di tutti questi brani, che coprono ben cinque secoli di polifonia inglese?
«Sostanzialmente una, che accomuna tutti i repertori che spaziano dall’antico al contemporaneo, quella di rispettare innanzitutto le esigenze stilistiche delle varie epoche. Uno degli aspetti che curiamo maggiormente è quello dedicato alla scoperta del “giusto suono” che è celato in ogni singolo brano, diverso non solo da secolo a secolo ma anche fra le composizioni di uno stesso autore. Cercare la luce che illumina un brano in particolare è uno stimolo immenso ed è una delle nostre attenzioni più grandi. Il suono del coro deve cambiare a seconda di quello che la musica richiede e in questo sta la vera umiltà di un interprete, essere al servizio di un’idea musicale e non del proprio ideale sonoro. Credo che una buona interpretazione sia quella che più si avvicina al suono immaginato dal compositore stesso e che l’interprete deve cercare di scoprire attraverso lo studio dei segni musicali con i quali l’autore lo ha notato».

Per chi non ha mai cantato in un coro, ci può descrivere che tipo di emozione si prova?
«Credo sia davvero impossibile riuscire a descrivere ciò che si prova nel cantare insieme della musica, anche se chiaramente ci sono livelli diversi che riguardano sia la qualità delle composizioni sia degli interpreti. Sentirsi all’interno del suono, esserne avvolti e sentire che è il proprio corpo che canta e non solo la nostra voce è qualcosa che per molti rappresenta un’esperienza sconvolgente che ti coinvolge al punto da non poterne più fare a meno. È incredibile come milioni di persone dedichino una parte importante del proprio tempo a svolgere questa esperienza senza ambizioni professionali. Il perché va ben al di là di un semplice svago o piacere individuale. Se dovessi descriverla in poche parole direi che è una medicina per l’anima…»

L’esperienza corale può essere formativa e importante fin da piccoli?
«Non solo può ma deve esserlo! E questa ormai è una certezza sulla quale da decenni lavorano gli educatori musicali che dedicano al canto sempre più attenzione fin dai primissimi anni di vita, senza dimenticare le esperienze con i neonati e addirittura prenatali. Kodaly affermava che l’educazione musicale del bambino inizia nove mesi prima della nascita della madre… L’inserimento in un coro vero e proprio dovrebbe avvenire appena possibile già nella realtà scolastica e qui il discorso si allarga necessariamente sulla qualità della preparazione dei docenti preposti a questo e sulle grandi responsabilità che hanno. Tutte le esperienze vissute nei primi anni sono decisive nella nostra formazione emotiva e quella corale può essere semplicemente straordinaria per la ricchezza espressiva e la valenza sociale che può dare al bambino».

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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