Quali sono state le tappe fondamentali del suo percorso? C’è un momento particolarmente emozionante che vuole ricordare?
«Ho scoperto la mia passione per il violino quando avevo cinque anni, e posso dire onestamente che gli ultimi sedici anni sono stati pieni di momenti intensi ed emozionanti. A nove anni, ho debuttato al Pritzker Pavilion di Chicago davanti a migliaia di persone, e ho scoperto l’adrenalina incredibile che si può provare a esibirsi su un palco di quelle dimensioni. Da lì ho continuato i miei studi sempre con più entusiasmo, e ho avuto la fortuna di suonare per alcuni dei miei miti, come Maxim Vengerov e Ivry Gitlis, fino a sedici anni quando sono entrata nella classe di Pierre Amoyal. Sicuramente il momento più emozionante fino ad ora è stato la vittoria alla International Mozart Competition nel 2020, subito prima della pandemia».

Quali sono gli obiettivi futuri?
«A gennaio uscirà il mio disco dedicato a l’integrale dei brani per violino solo della compositrice americana Augusta Read Thomas e pubblicato in collaborazione con Nimbus Records e la BBC Radio. Questo sarà un grande traguardo per me, non solo perché è il mio debutto discografico, ma anche perché è stato il mio primo approccio alla musica contemporanea e al dialogo entusiasmante che può avvenire tra un interprete e un compositore. Poco dopo il lancio, sarò la solista ospite del concerto di apertura della storica Mozartwoche a Salisburgo. E nel frattempo mi sto anche concentrando per concludere il mio Master a Berlino con la professoressa e grande violinista Antje Weithaas».

Quali consigli pensa di dare ai giovani che vogliono dedicarsi alla professione del musicista?
«La cosa più importante che posso consigliare è che non basta amare quello che si fa alla follia, ma che bisogna impegnarsi a rinnovare questa passione ogni giorno. Al contrario di quello che si pensa a volte, il mondo della musica è un business come tanti altri, ed è un posto in cui risiedono tante invidie e insidie. La musica, il talento, e il duro lavoro non vincono sempre sopra tutto, e questa purtroppo è una lezione che tutti impariamo prima o poi. Per questo bisogna avere ben chiare le priorità, sapere che tipo di artista si vuole diventare, e impegnarsi a mantenere vivo questo fuoco che ci spinge ad andare sul palco».

Com’è nato il duo con Yu Nitahara?
«Io e Yu ci siamo conosciuti un paio di anni fa, quando entrambi studiavamo al Mozarteum di Salisburgo, lui con Pavel Gililov e io con Pierre Amoyal. Yu è un pianista un po’ inconsueto: è sempre pronto, sempre puntuale, e non si lamenta mai della quantità di note assurde che si ritrova sulla pagina! Scherzi (da violinisti) a parte, sono veramente felice di poter condividere questo concerto con lui, e spero che vi piacerà il programma che abbiamo scelto».

A Torino suonerete un ricco programma, con pagine di Prokof’ev, Mozart, Brahms e Saint-Saëns. Come avete scelto questi brani? Ci sono dei “fil rouge” fra queste opere?
«I quattro brani che abbiamo scelto per questo programma sembrano completamente diversi fra loro, ed è proprio qui il bello per noi, perché possiamo far scoprire al nostro pubblico le somiglianze nascoste che legano una composizione all’altra. Incominciamo da Prokof’ev, primi Novecento, con una Sonata che originariamente è stata scritta per flauto, quindi che ricorda in certi punti la leggerezza di una composizione classica. Di Mozart invece abbiamo scelto la sua unica Sonata per violino e pianoforte scritta in minore, con un’aria malinconica, un po’ sofferente. Da lì affrontiamo una delle Sonate più importanti e liriche del repertorio, ovvero la prima di Brahms, che sfocia nel pieno del Romanticismo tedesco. Come raffronto, l’ultimo brano di Saint-Saëns è stato scritto nel pieno del Romanticismo francese, e dunque rappresenta un finale adatto e brillante al nostro programma».

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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