L’Ensemble Kinari è composto da musicisti di provenienza e formazione diversa: come vi siete conosciuti? Com’è nata l’idea di suonare insieme?
«I tre archi del gruppo, in qualità di prime parti dell’Orchestra da Camera di Perugia, hanno iniziato un rapporto personale e artistico nel 2013. È nel 2018, con la fondazione del duo della pianista e del violoncellista, che nasce l’idea di fondare un Ensemble che potesse fondere il concetto di ricerca musicale finalizzata all’esecuzione e all’interpretazione».

Sul vostro sito dite che il vostro intento è quello di indagare le zone grigie del repertorio, con l’obiettivo di riscoprire brani poco noti e donare loro il vostro colore. In che modo procedete alla ricerca? Quali opere avete riscoperto fino ad oggi?
«La ricerca assume ogni volta delle forme diverse, a seconda dei compositori, delle epoche e dei contesti socio-culturali. Quella su Eliodoro Sollima, concretizzatasi in una tesi di ricerca della pianista, è partita dallo studio del contesto politico, sociale e musicale del compositore e dallo studio del catalogo delle opere. Successivamente, siamo passati alla scelta dei brani e al recupero degli spartiti, momento in cui l’aiuto di Giovanni Sollima è stato incredibilmente prezioso (soprattutto tenendo conto del fatto che molte opere erano e sono tutt’ora ancora manoscritti!). Terminata la fase iniziale di preparazione e ricerca delle fonti, si procede al lavoro di analisi, studio e interpretazione dei brani ed è quello un momento davvero di pura meraviglia: sentire per la prima volta questa musica custodita da anni negli archivi prender vita sotto le nostre dita ha un valore impagabile.
Per quanto riguarda le opere riscoperte, oltre al Quartetto di Sollima, intitolato La leggenda di San Damiano, ci sono altri brani del compositore siciliano che abbiamo registrato nell’album che gli abbiamo dedicato, come Evoluzione n.5 per violino e pianoforte o gli Studi per violino e clarinetto trascritti per viola.
C’è da dire che durante il lockdown dello scorso anno credevamo di essere a un passo così dal ritrovare il Quartetto in do minore di Mario Castelnuovo Tedesco, ma tramite Diana Castelnuovo Tedesco, che si è gentilmente e appositamente recata negli archivi della Washington Library Congress nonostante le circostanze, abbiamo saputo che era stato scritto solo il tema e poche battute della prima pagina… peccato!»

Quali sfide pone (dal punto di vista strumentale e stilistico) il prendersi cura di partiture dimenticate o trascurate?
«Sicuramente la prima sfida è quella di chiedersi quali potrebbero essere le cause per cui le partiture sono state dimenticate o trascurate e iniziare esattamente da lì. Per quel che riguarda il punto di vista strumentale e stilistico, specialmente con musica che viene trattata per la prima volta, noi crediamo ci sia sempre bisogno di una certo coraggio e sicurezza nell’intraprendere delle scelte musicali o stilistiche che allo stesso tempo siano coerenti con quanto di prezioso ci hanno lasciato per iscritto i compositori nella loro musica, ma anche con una sfera più intima della vita dell’autore, legata alle passioni, alla cerchia familiare e al rapporto con l’arte e la società del suo tempo».

C’è un filo rosso che collega i brani che presentate a Torino di Eliodoro Sollima, Jean Françaix e William Walton? Potete descriverceli brevemente, mettendo in risalto gli aspetti che più vi intrigano di questi tre brani?
«Tra i brani in programma riscontriamo tratti stilistici e scelte personali che accomunano i tre compositori. Jean Françaix osservava con orgoglioso distacco le turbolenze dei contemporanei, cosa che sicuramente lo accomuna con Eliodoro Sollima, una personalità considerata appunto “non allineata”, proprio per non voler assecondare la sua scrittura alla corrente in voga.
Il Trio di Jean Françaix, scritto nel 1933, si contraddistingue per lo stile diretto. Fatta eccezione per il terzo movimento, di natura più riflessiva e malinconica, il brano è caratterizzato da una vena istrionica e sbarazzina, e reinterpreta con leggerezza e con umorismo forme stilistiche tradizionali, come il valzer o la marcia, contaminandole con soluzioni di scrittura che rimandano alla musica da circo, da salón e ad atmosfere popolari ricollegabili ad un embrionale jazz francese.

William Turner Walton scrive il Quartetto in re minore nel 1919, quando aveva da poco compiuto sedici anni e rivede le pagine di questo brano nel 1921, 1925 e tra il 1974-75.
Il brano è ispirato, sia per struttura che per stile, al quartetto per pianoforte di Howells ma sono chiari i riferimenti e le influenze di Ravel e Stravinskij.

Il quartetto La leggenda di san Damiano è stato scritto nel 1992, quando Sollima viveva ormai gli ultimi anni della sua vita e fa parte di una serie di composizioni che sottolineano sia il suo impegno civile che il suo profondo senso religioso, opere in cui l’autore ha manifestato chiaramente la condanna di ogni tipo di violenza: guerra, omicidio, pena di morte…
Il quartetto presenta una struttura libera composta da una sequenza di episodi, come scene differenti che descrivono una storia. Per il suo forte potere narrativo e del potenziale, se non evidente, legame con una storia, l’abbiamo considerato e trattato come musica a programma.

A proposito del Quartetto di Eliodoro Sollima, quali aspetti vanno considerati quando si approccia quest’opera?
Ci sono due aspetti da considerare. A differenza della maggior parte delle sue composizioni (che non hanno un nome generico, come Quartetto n. 1) questo Quartetto fa parte dei brani che l’autore ha voluto titolare diversamente, indicando così un riferimento extramusicale specifico. In questo caso la fonte di ispirazione è la quarta delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di San Francesco nella Basilica Superiore di Assisi, attribuita a Giotto. Vi si trova rappresentata la leggenda secondo cui, mentre San Francesco pregava nella chiesa di San Damiano (vicino ad Assisi), sentì che il crocifisso gli chiedeva di “riparare la sua chiesa”, con il significato ambivalente dell’edificio e della corrotta comunità cristiana. Come ci ha confermato Annamaria Sollima, è probabile che suo padre sia stato ispirato da questo racconto, poiché durante la sua vita visitò più volte la città di Assisi e la Basilica di San Francesco».

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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