Direttrice De Angelis, il mondo della musica – come dopotutto quello dell’arte tout court – è costituito in gran parte da uomini, limitato da una visione maschilista che ci ha restituito per anni (e ancora lo fa) una prospettiva parziale: quanto è stato difficile mettere insieme un repertorio di opere scritte da musiciste, per via di questa visione distorta e fortemente radicata? Quanto ci siamo persi e quanto, ancora oggi, ci perdiamo?
«Storicamente parlando, la musica al femminile – a differenza della letteratura – non è stata considerata, né tanto meno è diventata modello di una tradizione. Non rientra negli studi di Conservatorio né come repertorio musicale, né nel programma di studio della storia della musica o della composizione. Non è presente nei cartelloni delle stagioni concertistiche, né tanto meno nel repertorio di tante orchestre, se non per qualche nome soprattutto moderno. Mi sono chiesta se tale assenza, oramai assai rumorosa, fosse una semplice dimenticanza o una damnatio memoriae. La mia ricerca parte da lontano: già negli Anni Novanta con il mio trio (Trio Jeanne Louise Farrenc – flauto, violoncello e pianoforte) divulgavamo il repertorio di genere. Da quando dirigo, poi, la ricerca si è estesa ad opere anche per orchestra sinfonica.
Per reperire questo repertorio ci siamo appoggiate agli archivi di fondazioni internazionali, magari in nazioni in cui ha vissuto e operato una compositrice riconosciuta in vita per importanza e talento. Da qualche anno è a disposizione The New Grove Dictionary of Women’s Music ed inoltre alcune biblioteche online hanno delle partiture. La delusione è avere la consapevolezza dell’esistenza di pregevoli compositrici europee del periodo romantico, dell’Impressionismo, fino alla musica seriale e non avere ancora la possibilità di ascoltarle come possiamo fare con Chopin, Mozart, Schumann».

A quindici anni dalla fondazione dell’OFM, qual è il vostro bilancio dei traguardi raggiunti? C’è un’attività in particolare di cui andate più fiere o che, secondo voi, è particolarmente rappresentativa della vostra filosofia e dei vostri obiettivi?
«Siamo molto fiere della qualità raggiunta, peraltro riconosciuta nei contesti concertistici più prestigiosi. Nel progetto dell’OFM vi sono contenuti ben precisi di multiculturalità reale. Sono convinta che la musica, come tutte le arti, abbia un forte potere educativo e sentiamo l’obbligo di impegnarci per contribuire all’abbattimento di tanti ostacoli, dare impulsi positivi e duraturi attraverso – per esempio – la riscrittura della storia della musica, così da essere fonte d’esempio e di speranza per tutte quelle donne che ambiscono ad affermare il proprio talento e perseguire le loro carriere. Non è stato facile rompere il muro della diffidenza nei contesti musicali: in una società dell’immagine e dell’apparenza una compagine al femminile spesso viene interpretata come un progetto di marketing e purtroppo alcune donne contribuiscono realmente a tale interpretazione, a discapito di tante altre donne che – attraverso studio serio e grande preparazione – si impongono nell’ambiente in modo silente grazie alla loro bravura».

Il vostro percorso è costellato di progetti passati particolarmente interessanti, spesso frutto di collaborazioni tra artiste provenienti da varie nazioni: quanto è importante questo sguardo ampio, multiculturale?
«L’OFM si è evoluta nell’arco di quindici anni anche grazie alle varie collaborazioni: un microcosmo che è cresciuto umanamente e culturalmente, cercando nella multiculturalità una propria identità. Attraverso i nostri progetti musicali offriamo contenuti che stimolino riflessioni, nella speranza di contribuire ad una trasformazione culturale della nostra società. Tra questi, la divulgazione del repertorio di genere, le pièce di teatro musicale (prodotte tra il 2016 e il 2018) che testimoniano contenuti di cui solo ora si parla più diffusamente, tra cui RosAmara, storia di due donne emigranti di ieri e di oggi, Snaturate, storie di donne internate nei manicomi nel periodo fascista e Ad Auschwitz c’era un’orchestra femminile. Chi ha collaborato con noi ha respirato una grande accoglienza e la voglia di fare musica con gioia».

 

Intervista raccolta da Francesco Bonfante per l’Unione Musicale