Maestro Queyras, la critica l’ha definito “un violoncellista eccezionale”, in grado di suonare musica barocca, romantica e contemporanea, tutte a livelli eccellenti; la versatilità è infatti una delle sue qualità più note ed apprezzate: anche lei riconosce questo come uno dei suoi punti forti? Da dove pensa che derivi questa “flessibilità”?
«Mi piace esprimermi attraverso i repertori più svariati; un po’ come un attore propenso ad interpretare personaggi fortemente diversi tra loro. Questo, probabilmente, è dovuto a due ragioni: sono una persona piuttosto curiosa per carattere, sempre desiderosa ed impaziente di scoprire nuovi universi musicali. 
Ho poi avuto l’occasione di vivere in tre continenti diversi nel corso della mia giovinezza: sono nato in Canada, mi sono trasferito in Algeria quando avevo cinque anni e poi in Francia, quando ne avevo otto. A diciassette anni mi sono poi trasferito in Germania per via dei miei studi… tutte queste interazioni con culture diverse hanno fatto sì che fossi naturalmente “aperto” a stimoli diversi e svariati».

Dando uno sguardo alla sua biografia, salta subito agli occhi la sua lunga collaborazione con Pierre Boulez, una vera pietra d’angolo della musica contemporanea: quanto costui l’ha influenzata nel suo modo di suonare, studiare e porsi nei confronti della musica tout court? Qual è l’insegnamento più importante che ha acquisito e che – ad oggi – custodisce?
«All’età di 23 anni mi sono unito all’Ensemble Intercontemporain e ho cominciato a lavorare giornalmente con Boulez; è stato un contributo inestimabile per la mia vita in quanto musicista. Pierre si è sempre impegnato al massimo per ottenere l’eccellenza, senza mai fare compromessi; i suoi ideali di performance erano l’autenticità e la trasparenza. Non la faceva lunga sui pezzi che avremmo suonato, preferiva lasciare che le sensibilità dei suoi interpreti e del pubblico si arricchissero attraverso una resa fedele, “cristallina” dello spartito. Una lezione indimenticabile».

A Torino presenterà, insieme con Krystian Bezuidenhout, un programma tutto dedicato a Mendelssohn: potrebbe spiegarci il motivo della scelta di questo repertorio monografico? Cosa avete voluto comunicare selezionando i brani che avete scelto per il concerto di stasera?
«Nel modo di esprimersi odierno, definiremmo Mendelssohn uno “story-teller”: ognuno dei suoi pezzi rievoca una canzone e le sue note sono vere e proprie parole. Si pensi, per esempio, all’avvincente inizio del suo concerto per violino! Kris ed io abbiamo pensato che immergersi nel mondo di Felix per un’intera serata sarebbe stato un viaggio meritevole di essere intrapreso; un mondo così vivace e puro, nostalgico e ricco di speranza».

Intervista raccolta da Francesco Bonfante per l’Unione Musicale