Ettore Pagano, com’è nata la collaborazione con l’Orchestra Femminile del Mediterraneo? Cosa l’affascina di più dell’ensemble e dei loro obiettivi programmatici?
«È una collaborazione nata per caso; conoscevo l’orchestra di nome e la andai a sentire ad un concerto prima di intraprendere il tutto. L’idea è scaturita dal fatto che si tratta di un argomento “figlio dei nostri tempi”, accattivante, poco considerato: quello che eseguiamo è un programma che mette a confronto compositrici e compositori, senza dare adito a giudizi e sentenze su chi tra i due sia meglio, ma anzi offrendo la possibilità di ascoltare un concerto senza pregiudizi di alcun tipo, affrontando pezzi di repertorio già affermati con brani proposti molto raramente in concerto».

Tra i pezzi in programma ce n’è qualcuno che non conosceva e dal quale – durante la preparazione del concerto – è rimasto particolarmente colpito?
«Non conoscevo il primo Aquilarco di Sollima, un pezzo molto affascinante e per certi versi quasi folle. Inoltre, non avevo mai affrontato prima in un concerto un brano di Arvo Pärt: il suo Fratres è estremamente semplice per certi versi e complicato per altri. Per me è stato la rivelazione di come la musica non abbia bisogno di avere una forma complessa per essere difficile».

Come quella di altri giovani artisti, anche la sua carriera è iniziata in tenera età ed è poi decollata precocemente: a poco più di vent’anni ha già vinto numerosi premi e intrapreso importanti collaborazioni. Pensa che ci sia un’età giusta o un modo giusto per cominciare?
L’Unione Musicale ha anche un ricco cartellone dedicato all’infanzia, con laboratori e spettacoli per i più piccoli: che consiglio darebbe a dei giovani genitori desiderosi di creare un primo contatto tra i loro figli e la musica?
«La musica è vita, e quando inizi a suonare uno strumento improvvisamente ti chiedi come hai potuto vivere tutto quel tempo senza assaporare questa arte, questa disciplina. Non penso ci sia un’età giusta: sarà il momento quando deciderai di cominciare. A mio parere, l’importante è che ogni genitore porti i figli ad ascoltare musica, per fargliela assaporare fin da piccoli e soprattutto che insegni loro ad utilizzare lo strumento che abbiamo tutti, ovvero la voce. In Italia, in particolare nelle scuole, siamo ancora molto legati alla concezione secondo la quale suonare equivarrebbe a perdere tempo, a non studiare cose importanti e a “buttare via” la propria carriera lavorativa. Il mio compito, quello di tutti i musicisti e di tutte le società concertistiche è quello di far comprendere l’utilità non solo ricreativa della musica, ma anche i benefici che apporta, a livello emotivo, cerebrale, e perché no, anche dal punto di vista lavorativo».

 

Intervista raccolta da Francesco Bonfante per l’Unione Musicale