Maestro Gadjiev, lei ha iniziato a suonare il pianoforte molto presto, arrivando ad esibirsi con un’orchestra per la prima volta ad appena 9 anni. Ci racconta i suoi primi passi sul pianoforte? Che cosa le ha dato la musica e… che cosa le ha tolto?
«I primi passi sono stati in qualche modo inevitabili data la presenza di due pianisti genitori in casa; non l’ho veramente “scelto” ma è semplicemente successo. Ricordo che però mi divertivo molto sin da bambino, anche se non capivo esattamente perché dovessi studiare: preferivo giocare a calcio. La musica all’inizio credo fosse semplicemente qualcosa di “magico”, fuori dagli schemi, dotata di regole tutte sue difficilmente categorizzabili. Col tempo però ha iniziato a prendere sempre più tempo, e ricordo che mi dispiacque molto dover abbandonare la classe in settimana bianca perché dovevo prepararmi per uno dei miei primi concerti. Guardando ora indietro non mi sembra essere stata comunque una grave perdita».

Quando e perché ha scelto di diventare un pianista professionista?
«Non l’ho mai scelto e sto ancora cercando il modo di non averlo scelto. Ho scelto di essere musicista e mi piacerebbe molto allargare i miei orizzonti di musicista oltre l’essere “semplicemente” pianista. Inoltre la parola professionista è una parola che non ho mai amato, e soprattutto non ne riesco a collegare il significato a quello che faccio. Cercare di condividere le proprie emozioni, intenzioni, Volontà e conoscenza attraverso il magico mondo dei suoni è qualcosa che va certamente aldilà di una professione, senza nulla togliere, ovviamente, a tutti i professionisti.
Sono sempre stato interessato a molte altre cose parallele, anche se è difficile poter trovare il tempo, ad esempio, di frequentare un’università regolarmente. La grande varietà di contenuti disponibili online, però, sono veramente una benedizione (se si cerca bene): in qualunque luogo e momento è possibile leggere o guardare qualcosa di interessante. In definitiva vorrei essere musicista per condividere qualcosa di intenso ed importante: amo moltissimo il processo di condivisione e di allargamento di coscienza».

Dalla sua biografia emerge il suo contatto diretto con lingue, culture e tradizioni differenti.  Come tutto ciò ha influito nella costruzione della sua personalità di pianista e sul suo suono?
«Credo all’inizio abbia influito in modo non facilmente gestibile: gli stimoli così diversi sia intellettuali sia soprattutto spirituali/emotivi che mi arrivavano creavano spesso molti dubbi ed incertezze; tuttora sono una persona che ripensa sempre a quello che fa e che ha fatto, e cerca di rivalutarlo da un punto di vista diverso. D’altro canto però la molteplicità di stimoli è stata fonte di una ricchezza inesauribile, e lo è tuttora: sono convinto che chi parli lingue diverse viva anche vite diverse; si è persone diverse, soprattutto se si ha contatti più o meno profondi con quelle culture. Non so se questo abbia influito necessariamente sul suono in sé, ma sulla ricerca nel mondo della musica in generale, senza dubbio!».

Sul suo sito si legge come prima cosa: “Sound Lover and Free Thinker”. È una sua frase o è una definizione di altri? Perché queste caratteristiche per lei sono così importanti da utilizzarle quasi come una definizione della sua personalità di musicista?
«La frase è mia, sì, e mi ritrovo completamente (anche se c’è dell’altro…): amo molto la ricerca del suono in sé, e ho sempre amato i pianisti e musicisti “coloristi”, penso a Richter, Horowitz, Cortot, o anche Gould; in pratica coloro che hanno creato un modo di suonare talmente personale da essere riconoscibile quasi all’istante. Vivendo a Berlino ho trovato anche la mia dimensione dal punto di vista “speculativo”. Gli stimoli qui sono moltissimi e costanti, e generano in me continuamente la necessità impellente di rivalutare le cose e le persone, le scelte e le intenzioni, la musica e la società in generale: questa attività di pensiero è incessante e sempre pronta a scontrarsi col suo contraddittorio».

Martedì 10 novembre si esibirà per la prima volta all’Unione Musicale con un programma che prevede una full-immersion nell’opera di Franz Liszt. In che modo affronta le difficoltà tecniche e interpretative che pone il repertorio di questo compositore? Che cosa le trasmette umanamente l’opera di Liszt?
 «Liszt è una delle figure della Storia umana che più amo, soprattutto per la sua generosità, come quantità di produzione, di attività didattica, concertistica, ma anche per il costante aiuto che ha fornito a varie generazioni di musicisti. Cerco di approcciarmi alla sua musica senza pensare alle difficoltà “tecniche” come tali, ma piuttosto come realizzazione di nuove necessità espressive e spirituali. Personalmente l’opera di Liszt mi trasmette la Volontà di superare ogni limite, strumentale, formale, armonico, espressivo (da qui anche l’idea di trascrivere tutte le sinfonie di Beethoven), la gioia nel puro trasporto della musica, l’intimità del lirismo, la grandezza degli ideali, il funambolico livello di fantasia sonora nell’uso dello strumento, la fedeltà ai modelli del passato coniugata ad una costante ricerca di superamento del sé, l’evocazione di mondi ultraterreni attraverso la potenza del Suono… insomma, un mondo davvero infinito e terribilmente affascinante! Senza Liszt e la sua buona dose di visionarietà, il ventesimo secolo sarebbe stato certamente diverso. Direi che la sua opera mi trasmette un profondo senso di meraviglia, come di fronte ad un grande avvenimento della Natura».

 

Intervista raccolta da Clarissa Missarelli per l’Unione Musicale

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