Francesca Bonaita e Gloria Cianchetta, avete suonato insieme già diverse volte. Com’è nata la vostra collaborazione? Quali sono secondo voi i vantaggi e le sfide di suonare in duo?
«Abbiamo frequentato, a un anno di distanza l’una dall’altra, il Master of Arts in Specialized Music Performance per interpreti solisti presso il Conservatorio della Svizzera Italiana, sotto la guida rispettivamente di Anna Kravtchenko e Sergej Krylov. Questo master è un corso di laurea molto selettivo dove, ogni anno accademico, viene scelta una rosa di massimo quattro o cinque candidati, tra tutti i corsi afferenti ai diversi strumenti, che possano intraprendere un percorso biennale mirato al perfezionamento delle proprie capacità artistiche e professionali in direzione solistica e cameristica. Dopo aver partecipato e vinto insieme un concorso internazionale, ascoltandoci con ammirazione nella serata finale, ci siamo guardate e ci è sembrato naturale iniziare a suonare insieme, sia in formazione di duo sia di trio, avvertendo molta consonanza nel modo di pensare e vivere la musica».

Francesca Bonaita, lei è nata in una famiglia in cui si respirava musica e cultura e ha iniziato a suonare il violino da molto piccola. Cosa la affascinava del violino quando era bambina?
«La forma dello strumento, in particolare il riccio e le due f, proprio come la lettera del mio nome che scrivevo imitandone il segno, e la voce del violino, così suasiva e affascinante in tutti i vari registri. Avevo l’impressione che quel suono vibrato mi entrasse dentro smuovendo un’emozione fortissima. Ammiravo molto, dall’alto della galleria in teatro, la gestualità della sezione degli archi. Braccia e corpi che ondeggiavano e fluttuavano nella musica, una forma di danza sonora che certamente ha scosso la mia immaginazione fin da piccola».

Gloria Cianchetta, ci racconta i suoi primi passi con il pianoforte? Qual è il ricordo più bello che ha legato al suo strumento?
«Ad appena tre anni la musica era già naturale mezzo per esprimere la mia fantasia interiore. Amavo molto cantare e la mia famiglia decise di iscrivermi ad una piccola scuola di musica nella mia città per sperimentare più seriamente questa propensione: lì ebbi occasione di esser parte di un coro di voci bianche. Ad ogni concerto c’era però da parte mia un’attrazione irresistibile verso il pianoforte che ci accompagnava: a circa cinque anni iniziarono così il mio rapporto e percorso con lo strumento, sempre caratterizzati da una fame ed una viva curiosità d’imparare cose nuove. Un ricordo che mi sta molto a cuore è la mia prima esperienza con l’orchestra intorno ai nove anni: l’impatto e il dialogo con nuovi timbri, forme, colori e la realizzazione che esistesse un far musica con gli altri, che andasse oltre gli ottantotto tasti e che non fosse solo creazione solitaria, ma anche condivisione sinergica».

Da giovani interpreti, riscontrate un pregiudizio nei confronti della musica classica da parte dei vostri coetanei, che magari preclude a molti di avvicinarsi a uno strumento o all’ascolto dal vivo? Secondo voi che cosa si può fare per superarlo?
«I giovani sono per loro definizione curiosi e amano il dinamismo, la velocità degli stimoli. Si dovrebbe spingere molto sulla curiosità, sullo stimolo, poiché quando c’è offerta, se il territorio di appartenenza spinge in questa direzione, allora il desiderio della fruizione è forte e immediato, specie se è sostenuto da logiche economiche che incentivino i giovani all’acquisto. Ci sono realtà piccole dove si organizzano moltissimi concerti e in quei territori esistono spesso piccole scuole di musica che con grandissima fatica e abnegazione attirano molti ragazzi a iniziare lo studio di uno strumento, magari mancando altri stimoli. È proprio in queste sedi che, dopo il concerto, vedi arrivare frotte di bambini e di ragazzini entusiasti e sorridenti che ti chiedono un autografo o un selfie. Soprattutto è il vedere sul palco giovani musicisti – non solo un mondo blasonato che autoalimenta la propria concezione di nicchia – quei ragazzi che hanno raggiunto livelli di eccellenza ma hanno lo stesso “codice linguistico” di altri giovani, per pensare di identificarsi in un percorso di vita o in persone magari inusuali. Questo ha sempre un appeal incredibile sul pubblico giovane e spinge al desiderio di provarci a propria volta, oppure semplicemente di seguire in futuro il protagonista sulla scena e, conseguentemente, iniziare ad ascoltare e appassionarsi a quello che fa o che racconta con la sua musica».

Sabato 21 novembre esordirete all’Unione Musicale con una selezione di pagine di Prokof’ev, Čajkovskij, Stravinskij e Rosenblatt. Com’è avvenuta la scelta dei brani? C’è un filo rosso che li lega?
«Il programma del recital potrebbe essere intitolato “L’anima russa e le forme musicali europee, dall’Ottocento alla contemporaneità” e mette in scena una ponte ideale tra la cantabilità dei temi musicali della tradizione popolare russa: non a caso si inizia con le Cinque melodie di Prokof’ev e la loro ricezione nelle forme del Novecento e della contemporaneità, omaggiando anche il profondo legame tra la musica russa e il balletto classico. L’invenzione melodica e il lirismo struggente si esprimono sia attraverso l’eleganza e l’equilibrio formale, proprio della tradizione europea occidentale, sia con espliciti cross over – come nel caso della Carmen di Fantasy di Rosenblatt – con le sperimentazioni contemporanee, i motivi folklorici e il linguaggio del jazz. Questo rende il programma molto vario, originale e certamente ad alto tasso di virtuosismo per entrambi gli strumenti».

Qual è il vostro approccio ai social network come artiste? Quanto pensate sia importante nella vostra carriera il rapporto con il pubblico e la costruzione di un’immagine attraverso i social?
«I social media, per un artista a largo raggio, hanno un ruolo rilevante in quanto sono una finestra che rende minore la distanza tra il performer e chi lo segue, in particolare tra i giovani. Si creano dei momenti di prossimità e condivisione tangibile e molto empatici, per quanto virtuali, tra il pubblico e l’artista, attraverso un’immagine, oppure entrando per pochi secondi non solo nella vita professionale, gustando la magia di un backstage, di una prova o la bellezza di una foto, ma anche in quella personale di qualcuno che ti piace al primo impatto e che cominci a seguire.  A volte non è necessario aggiungere altro alla comunicazione per spingere a venire a sentirti suonare. Per questo motivo è importante che attraverso i social emergano la propria persona, le passioni, le emozioni del viaggio, e perché no, le difficoltà, le fatiche, le lacrime, che fanno del mestiere dell’artista una vita unica e affascinante».

 

Intervista raccolta da Clarissa Missarelli per l’Unione Musicale

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