A Torino eseguirete brani di Mozart, Françaix e Brahms. C’è un brano che amate particolarmente e perché?
Il Quartetto per pianoforte op.25 di Johannes Brahms è sicuramente uno dei pezzi più apprezzati, è semplicemente una delle più grandi opere di musica da camera mai scritte e un pezzo che suoniamo ogni volta volentieri. Ma a prescindere dalle opere fantastiche e famose che fanno parte del nostro repertorio, amiamo anche pezzi meno conosciuti come ad esempio il Divertissement di Jean Francaix, che a nostro avviso merita di essere al centro dell’attenzione come uno dei classici. Infine Mozart, che è stato il primo compositore ad aver scritto per la formazione di quartetto con pianoforte, il che rende la sua musica ancora più significativa per noi. Quindi posso dire che il programma che eseguiremo a Torino riflette tutti gli aspetti che amiamo del nostro repertorio.

Quali sono gli aspetti più impegnativi del suonare musica da camera? E i più divertenti?
Nella musica da camera, quando si lavora come gruppo stabile, gli aspetti più impegnativi e più divertenti della nostra professione di solito sono la stessa cosa. Principalmente si tratta del fatto che trascorriamo molto tempo insieme, provando, viaggiando ed eseguendo concerti, cercando sempre di raggiungere un’interpretazione o un’opinione unificata pur essendo individui diversi (naturalmente questo può portare anche a delle tensioni). D’altra parte e, cosa più importante, siamo buoni amici, viaggiamo insieme e siamo estremamente fortunati a poter condividere questo tipo di esperienze viaggiando per il mondo.

Il vostro primo concerto a Torino per l’Unione Musicale è stato nel 2013. Da allora voi avete letteralmente fatto incetta di premi. Qual è la vostra “formula vincente”?
L’aspetto principale è che tutti noi mettiamo il quartetto al primo posto e ci mettiamo più impegno possibile. Lavorare solo come gruppo ci dà l’opportunità di dedicare molto tempo a provare e concentrarci esclusivamente sul miglioramento dell’ensemble.
Inoltre abbiamo sempre cercato di rimanere fedeli a noi stessi e di non essere tentati di suonare in un certo modo solo perché pensiamo che la giuria o il pubblico potrebbero essere più propensi ad approvarlo. Per noi è importante concentrarsi sull’autenticità e dedicare semplicemente molto tempo a provare e lavorare insieme!

Avete un sito molto curato, social media aggiornati e bellissime foto. Quanto conta il look anche nella campo della musica classica?
Come ensemble stabile prendiamo in considerazione tutti gli aspetti dell’essere un quartetto e il look è parte di questo quadro generale, che dovrebbe veicolare non solo un certo sentimento, ma anche il modo in cui vediamo noi stessi e ciò in cui crediamo o a cui teniamo. Credo che siamo arrivati ad un punto in cui dobbiamo pensare al nuovo pubblico e a come raggiungere i più giovani. Soprattutto per questo è molto importante cercare di attualizzare l’immagine del musicista classico. Visitiamo spesso le scuole e cerchiamo di parlare della musica con il maggior numero possibile di bambini e adolescenti. Così facendo abbiamo imparato che la musica classica non è affatto considerata una forma d’arte morente, ma piuttosto che è il modo in cui viene presentata a non risultare coinvolgente per le generazioni più giovani. In fin dei conti trattiamo sempre di musica classica, ovviamente, ma la prima impressione spesso deriva semplicemente da un’immagine.

Oggi, nell’era digitale, sembra che sia sufficiente aprire un canale Youtube o un profilo Instagram per raggiungere immediatamente milioni di ascoltatori e ottenere una grande visibilità. Pensi che questo cambi in qualche modo la percezione che l’artista ha di se stesso, il valore della sua arte e il giudizio del pubblico e della critica?
I social media offrono in effetti agli artisti l’opportunità di raggiungere improvvisamente un pubblico molto più vasto. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, per raggiungere un numero molto elevato di follower è necessario lavorare con un intero apparato di agenzie di pubbliche relazioni, e questo è il caso in cui i media possono assolutamente cambiare l’artista e persino il modo di fare musica. Noi consideriamo Instagram, Youtube e così via semplicemente come un’opportunità per raggiungere più persone e un nuovo pubblico con la nostra musica. Quindi per noi questa nuova dimensione dell’accessibilità non cambia la musica stessa e quindi non ci cambia come artisti. I contenuti online non possono a nostro parere sostituire l’esperienza dei concerti dal vivo, sia per il pubblico sia per l’artista.

Cosa consigliereste a un giovane che vuole iniziare una carriera da concertista?
Il suggerimento principale sarebbe quello di rimanere fedeli a se stessi e non essere troppo distratti da tutto ciò che abbiamo detto sopra. Sì, gran parte della carriera di un artista coinvolge e-mail e social media, ma nel momento in cui lasci che questi aspetti dettino il tuo modo di suonare, di esibirti e di agire, la musica smetterà di essere al centro…

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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