La storia ha fatto il giro del mondo, dieci anni fa. Joshua Bell, violinista di fama mondiale, si è piazzato in un angolo della metropolitana di Washington alle 8 del mattino, ha tirato fuori il suo Stradivari “Gibson” del 1713 e ha iniziato a suonare la Ciaccona di Bach, ripreso di nascosto da una videocamera. Nei tre quarti d’ora di questa inusuale esibizione, solo sette persone si sono fermate ad ascoltarlo e solo 27 sugli oltre mille passeggeri hanno lasciato un obolo nel cappello, per un totale di 32 dollari e 17 centesimi. Tre giorni prima, il concerto di Bell a Boston era esaurito, con le poltrone di platea a 100 dollari. Kant pensava che tutti gli uomini fossero dotati della facoltà innata di riconoscere il bello, ma l’esperimento di Washington dimostra che occorrono anche una serie di condizioni pratiche, effettive e cogenti per sviluppare un giudizio estetico. Non si è in grado di apprezzare l’arte di un grande violinista e il suono di uno strumento perfetto se le scarpe strette fanno male, se si hanno pochi minuti per entrare in ufficio o se a scuola non si è imparato a suonare uno strumento e ad ascoltare la musica. Qualsiasi conclusione si voglia trarre, Bell ha dimostrato di essere uno degli artisti più aperti e disponibili a interpretare il lavoro del musicista al di fuori dei confini tradizionali.

Anche Patricia Kopatchinskaja è un’artista fuori dall’ordinario. Una goccia di sangue zigano l’ha ereditata dai genitori, musicisti moldavi di tradizione folk, abituati a forme di spettacolo tutt’altro che ingessate. Il resto l’ha aggiunto di suo, grazie a un temperamento esuberante, all’insofferenza per la mentalità accademica, all’impavido coraggio nel cercare strade nuove e originali. Patricia, che ama suonare scalza per sentirsi più a contatto con la terra e l’armonia, mette sempre un pizzico di follia nel suo lavoro, anche quando si tratta di restituire i capolavori di Bach e Beethoven. Come si fa ad apprezzare davvero il valore del bello, se non si è mai fatta esperienza del lato oscuro della vita, dell’imperfezione umana? Patricia Kopatchinskaja è convinta che occorra addentrarsi nelle regioni più ignote, in cerca di risposte alle domande che affiorano anche nelle partiture più conosciute degli autori più venerati. Il programma della violinista moldava rispecchia in maniera fedele la sua immagine artistica: l’utopia visionaria dell’ultimo Schumann, i rustici ritmi della Sonata di Bartók, la follia virtuosistica della Tzigane di Ravel.

La figura di Natalia Prischepenko sembra invece agli antipodi del glamour di Joshua Bell e dell’anarchia libertaria della Kopatchinskaja. Cresciuta nel cuore della Siberia sotto la guida inflessibile della madre Tamara, da adolescente Natalia sbaragliava schiere di coetanei nei concorsi, scalando con sbalorditiva facilità le impervie cime di Vieuxtemps e di Wieniawski. Mai una nota stonata e mai un capello fuori posto, questo sembrava il suo motto da pioniera del violino socialista. Trasferitasi a Lubecca appena prima della caduta del Muro, nel 1989, Natalia Prischepenko scopre un nuovo mondo, la musica da camera, e fonda assieme a dei compagni di studio il Quartetto Artemis, continuando però a fare incetta di titoli come solista. Vince uno dopo l’altro i maggiori concorsi internazionali a Genova, a Tokyo e a Bruxelles, ma volta le spalle al virtuosismo e si getta anima e corpo nella sfida del quartetto. Finita l’avventura con l’Artemis, nel 2012 Natalia ha ripreso la strada della vita solistica e dell’insegnamento, a Berlino, concedendosi ogni tanto il lusso di un tour. Le sue interpretazioni hanno il levigato nitore della perfezione apollinea, specie nel grande repertorio tedesco, ma dentro le vene di questo marmo scorre il sangue della vita moderna, piena di energia e di passione per la bellezza, che forse non salverà il mondo, come dimostra la cruda candid camera di Joshua Bell, ma lo può rendere di certo migliore. (Articolo di Oreste Bossini)

{Originale su www.sistemamusica.it }

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