Perché avete scelto questo nome per il vostro ensemble?
Dàidalos, il nome greco di Dedalo, mitico architetto del labirinto è stato scelto come simbolo di colui che crea col pensiero, l’artefice che plasma la propria opera e si identifica con essa. Inoltre l’immagine del labirinto ci parla simbolicamente della complessità delle molteplici strade e delle differenti domande che l’opera d’arte apre.

Voi tutti avete alle spalle varie esperienze musicali. Quando avete fondato il Quartetto Daidalos che cosa cercavate di speciale? Qual è la vostra identità musicale (anche in divenire…)?
All’origine del Quartetto Daidalos c’è un’amicizia e una comune passione per la musica da camera. Il nostro gruppo è nato quasi per gioco e abbiamo scoperto poco alla volta l’incredibile mondo del quartetto. Ci siamo appassionati alle infinite possibilità di questa formazione e ci siamo innamorati dello straordinario repertorio a questa dedicato.
La nostra identità musicale è certamente in divenire, poiché è il riflesso di un processo senza fine. Il quartetto è infatti il luogo in cui ciascuno porta il proprio bagaglio musicale ed umano e il costante lavoro di ricerca di un’interpretazione comune, di un suono, di un’identità condivisa, porta sempre ad un risultato ben più complesso della somma di quattro. Suonare in quartetto è infatti un raffinato gioco di squadra, che richiede ricerca infinita e costante messa in discussione di sè, un ideale equilibrio tra individualità e totalità in cui i valori di rispetto, sostegno e riconoscimento dell’altro sono fondamentali.

Qual è il momento più emozionante che ricordate nel vostro percorso musicale come Quartetto?
Sono tanti i momenti emozionanti nella storia del nostro Quartetto e ogni concerto, ogni lezione è stato un piccolo tassello di crescita umana, emotiva e musicale.
Tra i ricordi più preziosi ci sono certamente l’esecuzione del Quartetto op. 41 n. 3 di Schumann all’Auditorium del Museo del Violino di Cremona, uno dei primi concerti importanti che abbiamo fatto insieme, e il concerto Omaggio a Cremona 2016, in cui abbiamo suonato uno dei pezzi più simbolici per noi, il Quartetto La Morte e la Fanciulla di Schubert, al Teatro Ponchielli di Cremona. Infine non possiamo non citare l’emozione del ricevere la lettera di ammissione all’Accademia Stauffer e delle prime lezioni con il Quartetto di Cremona.

Tra i brani che presentate a Torino ce n’è uno a cui vi sentite maggiormente affezionati? Perché?
Tra i brani che proponiamo a Torino siamo molto affezionati a Langsamer Satz di Webern, in quanto è un breve brano di grande espressività che portiamo con noi fin dall’inizio della nostra esperienza e ha segnato diverse tappe della nostra storia.

Che cosa direste ai vostri coetanei per invitarli a partecipare al vostro concerto?
Ciò che rende ogni concerto dal vivo speciale è il suo essere unico e irripetibile. Il messaggio che vogliamo comunicare acquista senso solo se dall’altra parte c’è qualcuno pronto a riceverlo.
Si sviluppa così un gioco di scambio reciproco, nasce un comune sentire e si instaura un profondo legame di condivisione emotiva tra chi suona e chi ascolta. È un’esperienza forte e significativa che non potete perdervi!

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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