Recentemente il Trio Wanderer ha festeggiato i 30 anni di attività. Che bilancio potete fare di questi anni insieme?
Sappiamo di essere stati abbastanza fortunati a suonare insieme per più di 31 anni. Nessuno sa cosa ci riserva il futuro, ma la vita del Wanderer è proprio questo: andare sempre oltre senza sapere dove…

Quali sono le caratteristiche essenziali che bisogna possedere per “garantirsi” la longevità artistica?
La nostra regola principale è “non aver regole”. La routine è la cosa più pericolosa per un gruppo da camera come per qualsiasi gruppo umano. E riteniamo anche molto importante che ogni membro del gruppo abbia la libertà di fare altre cose e di non sentirsi confinato.

Quali progetti avete per il futuro?
Abbiamo due progetti di registrazione: uno (sui Trii di Rachmaninov) è già stato realizzato e sarà pubblicato il prossimo maggio per Harmoniua Mundi; l’altro verrà registrato il prossimo aprile e riguarda il Quintetto e la Romanza per voce e trio con pianoforte di Šostakovič. Nel 2019 realizzeremo inoltre il nostro primo tour in Australia (Opera di Sydney, Melbourne …) e ne siamo molto felici, perché è uno dei pochi luoghi che non abbiamo ancora visitato!

Come avete scelto il programma che presentate a Torino? Tra le opere presentate ce n’è una che amate in modo particolare e perché?
Spesso proponiamo programmi che abbinano musiche molto conosciute e  brani che potrebbero suonare nuovi o poco noti per il pubblico. Il Trio op. 99 di Schubert è un gioiello oltre che uno dei nostri brani preferiti. Le pagine di Bloch e  Saint-Saëns sono invece di più raro ascolto, tuttavia i Tre notturni di Bloch sono una bellissima pagina dal carettere sognante e il Secondo trio di Saint-Saëns è un capolavoro molto coinvolgente, virtuosistico e pieno di inventiva.

Come cambia l’ascolto (e l’interpretazione) della musica classica nell’era digitale, in cui la fruizione dei contenuti è estremamente veloce? Ha ancora senso l’ascolto di un concerto dal vivo?
Pensiamo che l’interpretazione non debba essere influenzata da nessun cambiamento tecnologico. Trasmettere e chiarire con la massima sincerità possibile i pensieri del compositore dovrebbe essere l’unico obiettivo degli interpreti. Uno dei problemi dell’era digitale è la perdita di concentrazione e la tendenza allo “zapping” rapido da un contenuto all’altro, cosa che in un concerto non è possibile. Un altro elemento che rende unico il concerto dal vivo è la condivisione di emozioni con altre persone “vere”, emozioni che si vivono in un momento assolutamente unico, che non può essere corretto o riprodotto. Un concerto è un’avventura unica che non sai mai dove ti condurrà!

 Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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