Maestro Gorini, ci racconta quando e come è nata la sua passione per il pianoforte?
Ho cominciato a studiare pianoforte a sei anni, sebbene ancora quasi per gioco; i miei genitori sono fisici, ma mio padre da giovane ha studiato pianoforte fino al compimento medio, e c’è sempre stata l’abitudine in casa a cantare e ascoltare musica classica, oltre che lo strumento. Intorno all’età di dodici anni invece ho cominciato ad appassionarmi più radicalmente, scoprendo più da vicino la musica di Beethoven, Schubert, ma anche di Liszt e Chopin. Non studiavo ancora in Conservatorio, ma ho cominciato a passare tutti i pomeriggi al pianoforte, leggere tante partiture e anche a fare i primi piccoli concorsi. Poi a quattrodici anni sono entrato in Conservatorio e tutto è diventato più serio e disciplinato, grazie alla mia insegnante, Maria Grazia Bellocchio.

La carriera concertistica è dura: concerti, interviste, studio, concorsi… a cosa rinuncia rispetto ai suoi coetanei?
Sicuramente è una vita molto diversa dalla media, con tanta solitudine, ritmi di lavoro estremamente incostanti (si passa dal mese con sette concerti in dieci giorni, al mese di studio in cui si è a casa per tanti giorni di fila), e carichi di pressione notevoli, essendo sempre sottoposti al giudizio di tutti. Tuttavia è anche una vita che offre tantissimo: tanti viaggi in luoghi meravigliosi, la conoscenza di persone di grande spessore culturale e la grande flessibilità di orari e organizzazione. Non credo che nel complesso sia una vita più dura di quella di uno studente universitario o di un ingegnere appena laureato!

Qual è il momento più emozionante che ricorda del suo percorso musicale?
La vittoria al Concorso Beethoven, nel 2015. Dopo quattro prove, stremato, sentire il mio nome annunciato come vincitore è stato davvero commovente e gratificante. E ha spalancato la porta per una carriera da concertista.

Lei si è imposto anche grazie a ottimi piazzamenti in concorsi internazionali, dove la scuola orientale, e russa in particolare, fa ancora la parte del leone… che cosa pensa in proposito?
Credo che i conservatori italiani siano ancora in grado di educare tanti musicisti stupendi e con un’identità culturale diversa da quella russa o orientale. Non sono affatto pochi i giovani pianisti italiani, ad esempio, che si stanno affermando in Europa e stanno raccogliendo tanti riconoscimenti prestigiosi. È forse vero che le qualità che ci distinguono non sono le più “sicure” in termini di vittoria in un concorso, e anche che abbiamo probabilmente uno sviluppo più lento, con meno bambini prodigio che suonano come concertisti a dodici anni. Inoltre l’ambiente musicale italiano è per qualche motivo molto separato dal resto d’Europa, tanto che mi sono stupito di non trovare altri giovani italiani in progetti internazionali a cui ho partecipato. Ma non per questo credo che si debbano sottovalutare i nostri musicisti, che invece hanno grandissimo pregio.

Come ha affrontato simili sfide?
Scegliendo il repertorio che amavo profondamente e dedicando tanto tempo alla preparazione, oltre che con l’intenzione di suonare come se fossi in concerto, piuttosto che sotto esame o concorso. C’è poco altro da fare: per il resto si cerca solo di arrivare alla prova nella forma fisica e mentale migliore possibile.

Tra i brani che presenta a Torino ce n’è uno a cui si sente maggiormente affezionato? Perché?
La Sonata op. 111 di Beethoven, una sonata che muove il cuore verso grandi profondità, con la capacità di farci soffrire quasi nella carne e poi elevare lo spirito verso la pace. È una delle composizioni più sublimi mai realizzate, che occupa un posto giustamente leggendario nella storia della musica. Suonarla mi colma ogni volta di gratitudine.

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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