Come è nata la sua collaborazione con il ClaraEnsemble?
Il ClaraEnsemble è una mia creazione e vedrà la luce proprio in occasione del concerto torinese del 6 febbraio. Si tratta di una prima assoluta! Desideravo da tempo dar vita ad un ensemble e ora eccoci qua. Ho scelto i musicisti con cura, partendo dal Quartetto d’archi Mirus, tutti amici con i quali avevo già collaborato in precedenza, sia in occasione dell’opera di Mauro Montalbetti Hayè, sia in studio, per un disco di Cristina Renzetti e Rocco Casino Papia, diversi anni fa. Loro mi hanno proposto Leonora Armellini, una magnifica scoperta per me. Infine è arrivato Mattia, un super flautista che avevo già avuto modo di apprezzare da ascoltatrice. Abbiamo deciso di partire dalla Bonne Chanson di Faurè e di confezionare intorno un programma tutto francese, in cui miscelo, come amo fare, musica “colta” e musica “popolare”, ovvero Faurè, Ravel e Trenet. Ho commissionato le trascrizioni a due amici e colleghi fidati: Cristiano Arcelli e Mauro Montalbetti. Stiamo già lavorando ad altri programmi, sempre seguendo questa linea: repertorio del Novecento, nuove commissioni, trascrizioni, senza direttore, con grande disinvoltura stilistica.

Tra i brani che presenterete a Torino, ce n’è uno a cui è particolarmente affezionata e perché?
Que reste-t-il de nos amours, brano dal titolo emblematico. Ma non posso dirvi il perché…

Lei ha esordito all’Unione Musicale nel 2004 con un omaggio a Cathy Berberian. È ancora un suo modello di riferimento? Qual è la sua strada oggi?
La Berberian è stata per me un punto di riferimento di enorme importanza. In me risuonava la sua lezione: una certa levità nel far musica, ironia, divertimento, uniti a una preparazione meticolosa e una vorace curiosità. È questo che cerco di passare agli allievi, ora che mi sono aperta anche all’esperienza dell’insegnamento. Ciò detto, già da tempo ho intrapreso la mia strada. Una strada che mi stupisce continuamente, negli esiti. I miei luoghi privilegiati continuano ad essere il Novecento e la contemporaneità. Cambiano l’atteggiamento e le intenzioni. Oggi sono una donna di 45 anni, con una lunga porzione di vita alle spalle passata a far musica e una famiglia. Da questa prospettiva, ci si possono prendere delle libertà, forti dell’esperienza accumulata. Ad esempio, tendo a dare sempre più spazio a lavori miei, come questo nuovissimo ClaraEnsemble o come Special Dish, il quartetto di jazz con Cristiano Arcelli, Alessandro Paternesi e Daniele Mencarelli. Sto preparando un nuovo disco con lo strepitoso dj norvegese Jan Bang e ho all’attivo vari gruppi da camera, come il progetto con il quintetto d’archi JAS capitanato da Cesare Carretta e il trio con Andrea Rebaudengo e Danusha Waskiewicz. Continuo a collaborare come solista, in Italia e all’estero, con orchestre e ensemble. Scrivo molto, soprattutto parole. Anche se ancora mi sfugge che forma prenderanno alla fine (un disco? un libro? un diario intimo?)

Lei è un’interprete estremamente versatile, che spazia nella musica vocale senza limiti di tempo o genere: che opportunità le offre il repertorio francese che ha scelto per il concerto di Torino?
Ho sempre amato il repertorio francese, forse perché mi sento a mio agio con la lingua. Credo che tutto sia cominciato al liceo, grazie a un’insegnante di francese alla quale ero molto affezionata; questo ha dato vita a un rapporto privilegiato con quel mondo e quel suono, che sono diventati una costante nella mia attività. Ad esempio, anni fa ho realizzato un disco dedicato a Charles Aznavour, da qualche anno porto in giro con Pietro Tonolo e Paolo Birro un lavoro su Boris Vian (commissionato dal Festival Jazz di Torino nel 2016), il prossimo anno interpreterò la prima italiana della trascrizioni di John Adams dei Cinq Poèmes di Claude Débussy, su testi di Beaudelaire (Orchestra Toscanini, direttore Marco Angius), ecc. Immagino sia per questo che ho deciso di aprire la nuova avventura del ClaraEnsemble con un programma francese: mi dava sicurezza!

Come cambia l’ascolto (e l’interpretazione) della musica classica nell’era digitale, in cui la fruizione dei contenuti è estremamente veloce? Secondo lei ha ancora senso l’ascolto di un concerto dal vivo?
Eccome, mai come oggi! Il concerto è rimasta l’unica chance di sentire davvero di che si tratta. Il mercato impone modelli standardizzati: respiri lunghi, nessunissimo errore, packaging ammiccante, contenuti confortanti. Sul suono viene applicato un make up tanto deformante quanto può esserlo l’intervento di Photoshop su un volto fotografato. Capsico queste logiche, che non mi sono mai interessate. Da pubblico trovo che è durante un concerto che posso sperare di ritrovare la magia.  È lì che, forse, posso emozionarmi e conoscere un interprete, vedendolo da vicino e percependone il respiro. Da musicista, per me prevale la lezione del jazz: gli errori sono preziosi, perché sono quelli di cui ci si ricorda. La perfezione non esiste e comunque, alla lunga, annoia.

Secondo la sua esperienza, quali sono gli strumenti più efficaci per coinvolgere nuovo pubblico in sala da concerto? Mescolare i generi musicali può aiutare?
Non credo. E forse farà sorridere ottenere una risposta del genere da me… Se la varietà stilistica è frutto di un’esigenza espressiva, allora può funzionare. Se lo si fa a tavolino, nella speranza di attrarre nuovo pubblico, temo sia fallimentare.
Credo piuttosto che il fattore dirimente sia ‘svecchiare’ l’aura dell’istituzione concertistica classica, in modo che il pubblico giovane si possa sentire accolto: che i prezzi siano abbordabili, che i rituali del concerto allentati, che la programmazione sia avventurosa e includa anche musiche attuali. Bastano politiche semplici, inclusive. Paradossalmente, il punto non mi pare la musica in sé, ma il contesto. Certamente molto possono gli organizzatori: più hanno il coraggio di osare, proponendo cose insolite e nutrendo il proprio pubblico di qualità e novità, più verranno premiati dai risultati. Molto possono gli operatori, facendo divulgazione. Moltissimo possiamo noi musicisti, adoperandoci per portare la musica anche in spazi inconsueti e soprattutto continuando a servirla con profondità, passione, energia. Un’energia che si può tradurre nei mille modi della biodiversità, naturalmente, ma che diventerà sempre forza e, come tale, fungerà da irresistibile magnete.

 Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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