Quando hai capito che la musica avrebbe occupato una parte importante della tua vita?
Non c’è stato un momento preciso. Ho cominciato a suonare quando ero molto piccolo, spinto da un desiderio personalissimo in quanto nessuno della mia famiglia si era mai impegnato nella musica. Da allora il pianoforte è sempre stato il principale veicolo delle mie emozioni e la risposta più soddisfacente alle mie esigenze. Kierkegaard afferma che laddove i raggi del Sole non arrivano più, giungono i suoni ed è proprio così che vivo la musica. So bene che, se non avessi avuto la possibilità di suonare, la mia vita sarebbe oggi molto meno ricca e interessante e per questo nutro grande riconoscenza. Il periodo in cui ho maturato la decisione di attribuire alla musica un ruolo determinante per il mio futuro è stato senza dubbio l’anno passato: il tempo trascorso sullo strumento e gli stimoli culturali ricevuti a lezione mi hanno rivelato la profondità di un’arte che dona grande bellezza ma esige in cambio dedizione totale.

 Ci sono stati dei momenti difficili? Hai mai pensato di mollare tutto e cambiare direzione?
Credo che lo sconforto sia il pane quotidiano di ogni musicista e personalmente vivo periodicamente momenti di scoraggiamento. Non mi lascio tuttavia mai abbattere completamente, anzi, ritengo che siano questi i momenti formativi in cui bisogna dimostrare massimo impegno e che studiare musica significhi mettersi continuamente in discussione per superare passo dopo passo i propri limiti. Ho anche pensato talvolta di cambiare direzione, ma si è sempre trattato di idee effimere, dissolte di fronte all’esperienza meravigliosa della musica. Mi capita spesso infatti, approfondendo i brani che suono, che il confine tra le emozioni dell’autore e le mie di esecutore diventi labile, al punto da farmi perdere in quell’universo che è il dialogo col vissuto del compositore, che l’estetica chiama sublime e che mi fa intuire la tangibilità della trascendenza. Ma il sublime che genera l’arte è anche dolore, fatica, streben e percepire questa comunione di sentimenti è sempre per me di grande conforto.

A che punto è il tuo percorso di formazione? Che cosa desidereresti per il tuo futuro?
A breve conseguirò la Laurea triennale e mi iscriverò successivamente al biennio di specializzazione e ad alcune accademie. Proseguirò l’esperienza cameristica con il Trio con cui suono ormai da cinque anni e che occupa un posto predominante nella mia vita musicale. In questi ultimi anni ho avuto l’opportunità di confrontarmi con maestri di grande livello, a cominciare dal mio insegnante Claudio Voghera, che mi hanno incentivato quotidianamente e ai quali devo moltissimo. So bene delle difficoltà che attendono la vita professionale di un pianista e in generale di un musicista, ma sono determinato a percorrere la mia strada, continuando sempre a mettermi in discussione. Spero per il futuro di non perder mai le motivazioni e, in generale, di ottenere gratificazioni professionali.

Quanto ha influito nel tuo percorso di studi l’attività di musica da camera?
L’attività di musica da camera ha avuto una funzione determinante nel mio percorso e in questo momento posso dire che occupi un ruolo di livello pari agli studi solistici. Per noi pianisti, a cui, salvo poche eccezioni, l’esperienza dell’orchestra è preclusa, la musica da camera costituisce la principale occasione di confrontarci con altri strumenti. Inoltre, considerando le possibilità timbriche e polifoniche, il pianoforte è di per sé uno strumento cameristico, in cui si rende necessario il coabitare di voci differenti e di linee autonome. L’esperienza cameristica che porto avanti da anni con il mio Trio mi ha permesso di conoscere il maestro Valentino, che è tutt’ora fonte di grande ispirazione per me, e di ampliare la mia visione grazie al confronto costante tra idee diverse con i miei compagni.

Che cosa diresti a un tuo coetaneo per invitarlo a frequentare i concerti di musica classica?
Ritengo che la musica abbia un fortissimo potere di attrazione verso il pubblico, ma talora la distanza cronologica e culturale può creare incomprensioni. Per questo motivo sono un grande sostenitore della necessità delle guide all’ascolto, affinchè la musica sia realmente piacere e occasione di crescita. Penso che la miglior forma di convincimento per i giovani della bellezza della musica, sia l’esperienza stessa! A parole non si può descrivere il momento totalizzante del concerto. Perché l’esperienza interessi ai giovani, bisogna innanzitutto che dall’altra parte non si commetta l’errore di pretendere che il solo pubblico adatto alla musica classica sia un pubblico di addetti ai lavori. Serve avere iniziative dinamiche e coinvolgenti, per raccontare la musica per quello che è davvero: una delle forme con cui l’uomo cerca di elevarsi tramite il sentimento, l’impegno e la tecnica.

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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