Per Charlie Parker era la formazione perfetta di una jazz band, nei teatri veneziani del Settecento l’unica soluzione disponibile per accompagnare un’opera. Marco Rizzi racconta come cinque solisti d’eccezione si sono riuniti per eseguire i capolavori per quintetto di Mendelssohn e di Brahms.
«L’idea e partita dal mio amico e collega Gabriele Pieranunzi. Avevamo suonato insieme alle Settimane Musicali di Stresa ed eravamo entrambi incuriositi dal fatto che la formazione del quintetto d’archi vanti un repertorio non vastissimo ma di incredibile qualità e bellezza. Così e nata spontaneamente la voglia di iniziare un discorso insieme».

Dando un’occhiata ai capolavori per quintetto darchi – pensando a Mozart, Schubert e allo stesso Brahms – si nota subito che quasi tutti sono stati serviti nella maturità, come frutto di un’esperienza e una conoscenza profonda. Perché, secondo lei?
«Il quintetto per archi e una formazione provocante: richiede il continuo soppesare equilibri e colori; il numero dispari degli esecutori moltiplica le possibilità di coordinazione degli strumenti in diverse linee melodiche e armoniche. Se il quartetto d’archi venisse considerato come lo Stradivari della musica da camera – una formazione perfetta, luminosa, a tutto tondo – il quintetto per archi rappresenterebbe lo stile di Guarneri del Gesù: genio, personalità e passione in miracoloso equilibrio».

Che cosa spinge un solista affermato a cercare esperienze nuove nella musica da camera?
«Nonostante le tendenze del mondo del lavoro odierno, che richiedono ad ognuno la specializzazione in qualche cosa, per noi strumentisti la musica da camera rappresenta un crocevia di sogni e di possibilità. La musica da camera, non importa quale sia l’attività principale di ciascuno di noi, rappresenta un ritorno a casa». (Articolo di Alessio Tonietti)

{Originale su www.sistemamusica.it }

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