Surclassata per fama da balletti, opere e sinfonie dell’autore, la musica da camera di Čajkovskij offre una sintesi originale quanto perfetta di eleganza formale e intensita espressiva. E non per caso: nella Mosca dove si faceva strada il nazionalismo musicale volutamente selvatico dei Cinque, Čajkovskij, romantico imbevuto di cultura europea e tradizione classica, passava per troppo “occidentale”, tuttavia nelle sue composizioni anche l’impronta della musica russa e profonda.
I suoi Quartetti, composti nei primi Anni Settanta dell’Ottocento (fra le prime tre e la Quarta sinfonia, fra Il lago dei cigni ed Evgenij Onegin), sono concisi, nobili e architettonicamente impeccabili come da tradizione, ma intrisi di un fascino melodico e di armonie dai sapori vagamente barbarici che richiamano il patrimonio popolare della sua terra. A cui si aggiunge il tocco tutto particolare di un autentico maestro del colore che riesce a conferire un’inusitata ricchezza di sfumature anche all’omogeneita dei soli archi. E per quanto si tratti del genere per eccellenza della musica pura o astratta, Čajkovskij anima gli strumenti di pathos e teatralità.
Nella parte centrale del secondo movimento del Terzo quartetto, entra lancinante il canto della viola che si eleva su un ostinato degli altri tre strumenti, a cui risponde poi una ripresa quasi sarcastica dello Scherzo dal piglio brillante. Il successivo Andante funebre e doloroso, che esordisce con accordi cupi e disperati che si incidono nella memoria di chi ascolta, e una sorta di icona sonora che raffigura l’anima di un violinista morto, incarnata dal suo strumento, circondata dal dolore profondamente umano di chi lo piange, ma anche dal conforto offerto dalla religione ortodossa, anch’essa evocata per brevi tocchi musicali. L’effetto del carattere della melodia e l’impiego degli accordi e massimizzato da una finissima scrittura strumentale che, per fare un solo esempio, chiede il forte mentre prescrive l’uso della sordina. E nel pieno di uno scorrere gioioso apparentemente inarrestabile del Finale, poche battute dell’Andante si ripresentano a ricordare quel dolore.
Un connubio non meno felice fra il modello classico e la sensibilita inquieta e a tratti drammatica di Čajkovskij si trova nelle Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra, scritte nello stesso anno del Terzo quartetto e dedicate a Wilhelm Fitzenhagen, musicista tecnicamente virtuoso quanto umanamente introverso e malinconico che forse per questo andava a genio al compositore. Il dialogo fra solista e ensemble, tecnicamente impegnativo per l’uno e per l’altro, si snoda fra momenti festosi e cantilene serene, che evocano a tratti una quiete campestre e forse senza tempo, e improvvise irruzioni di quella malinconia profonda che pochi hanno saputo come Čajkovskij tradurre in suoni.

{Originale su www.sistemamusica.it }

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