Beethoven e Šostakovič: i due pilastri su cui si fonda oggi l’arte del quartetto d’archi. Non che Schumann, Schubert o Brahms, così come Debussy, Ravel e Bartók non abbiano composto dei capolavori. Al contrario. La produzione quartettistica di Beethoven e Šostakovič, però, e soprattutto negli ultimi quattro decenni, è divenuta il banco di prova e insieme il traguardo da raggiungere, una volta che, consolidate le basi classicistiche con Haydn e Mozart, lo sguardo naturalmente si rivolga alla modernità. Una modernità intesa in tutta la sua estensione. Almeno da Beethoven a Šostakovič appunto. D’altronde, proprio sfogliando l’album della carriera di un quartetto quale l’Emerson, tutto questo appare con evidenza. L’Emerson – il nome scelto in onore del filosofo Ralph Waldo Emerson – nasce nel 1976. A fondarlo sono Eugene Drucker, Philip Setzer, Lawrence Dutton e David Finckel, il violoncellista sostituito nel 2013 da Paul Watkins.
Nella loro vasta carriera, corredata da una altrettanto vasta discografia, i sedici Quartetti di Beethoven e i quindici di Šostakovič sono una presenza costante e spiccano le incisioni, pluripremiate peraltro, di entrambe le integrali. In certo qual modo, quindi, questo concerto ruota intorno al confronto tra i due maggiori contributi alla storia del quartetto, confronto messo in opera da un ensemble che ha studiato a fondo quei due corpus. Si apre con un Šostakovič maturo (il Quarto Quartetto è del 1949) e si conclude con uno degli ultimi capolavori beethoveniani: l’op. 132, datata 1825. Ultimi capolavori che sono appunto l’inizio e di quella lunga parabola che andrà a concludersi solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Una parabola nella quale Debussy intenzionalmente sceglie di non collocarsi. Il suo unico contributo al quartetto, composto nel 1893, pagina di straordinaria efficacia e fascino, guarda a un altro orizzonte. (Articolo di Fabrizio Festa)

{Originale su www.sistemamusica.it }

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