Come è nato il duo con Anastasiia Stovbyr?
Il duo con Anastasiia è un progetto molto giovane, che poggia le basi su un’amicizia già esistente ma che si è mosso verso una collaborazione effettiva solo negli ultimi tempi, in risposta alla forte passione per Schumann che ci accomuna e alla possibilità di partecipare insieme ad una splendida iniziativa come questa rassegna dell’Unione Musicale. In particolare poi suonare questi meravigliosi brani a 4 mani è anche l’occasione per riportare all’attenzione del pubblico delle pagine schumanniane spesso ingiustamente ignorate. Di ragioni, dunque, ce n’erano e il duo infatti non ha tardato a formarsi!

A che punto è il tuo percorso di formazione? Che cosa desidereresti per il tuo futuro?
Ho completato il mio percorso decennale di vecchio ordinamento in pianoforte con Alessandro Drago, coltivando in parallelo gli studi di ingegneria. Deciso a conoscere meglio l’ambiente musicale di Torino, ho deciso di trasferirmi da Roma, proseguendo nel cammino con un biennio a indirizzo cameristico con Claudio Voghera (che a breve dovrebbe arrivare a destinazione) e diversi anni di perfezionamento con Elizabeth Sombart e all’Accademia di Pinerolo con Enrico Pace.
Ho visto tanti approcci e nel tempo ho cambiato più volte il mio atteggiamento di fronte al pianoforte, così come alla musica in senso lato; di certo negli anni è diventato sempre più difficile chiudere uno spartito e lasciare abbandonati sul pianoforte tra quelle pagine pensieri e intime scoperte a cui la musica mi aveva traghettato. Per questo so che nel mio futuro ci sarà la musica, perché difficilmente potrei farne a meno. Inizio da qualche anno tuttavia a conoscere il mondo lavorativo che si apre a chi ha fatto un percorso analogo al mio e devo ammettere che a volte si può perdere un po’ di fiducia. In fondo desidero che la passione che mi ha guidato fin qui non mi abbandoni mai perché questo meraviglioso cammino possa proseguire ancora nonostante le difficoltà.

Che cosa ti piace ascoltare?
Ho ascoltato sin da bambino tanta musica, così come ho anche suonato negli anni generi estremamente distanti tra loro. Di questa eterogeneità ora resta solamente qualche traccia, vuoi per il tempo a disposizione, vuoi perché, diciamolo, chi si occupa di musica “classica” (o “esatta” per usare una definizione di Bernstein che prova a liberarci dall’uso di un aggettivo improprio) ha per le mani un materiale talmente ricco, talmente completo e talmente inesauribile che il rischio è sempre quello di chiudersi tra le proprie mura. In ogni caso la gigantesca produzione nei secoli di musica “esatta” non ha completamente schiacciato altri ascolti, dal mondo jazz, dagli albori fino ai giorni nostri, fusion, rock, prog (quello “bello”, mi verrebbe da dire, anni Settanta) e un po’ di cantautorato.

Che cosa diresti a un tuo coetaneo per invitarlo a frequentare i concerti di musica classica?
Sono stato sempre un musicista atipico dal punto di vista sociale, nel senso che a differenza della maggior parte dei miei colleghi, non so bene perché, sono schivo agli ambienti di musicisti; però sono stato circondato da persone che coltivavano interessi molto differenti. Questo mi ha spinto a cercare di avvicinare tante persone a questo mondo, raccontando cosa facessi, trascinandomi amici a concerti, organizzando piccoli recital domestici o affascinando con curiosità o stranezze biografiche dei grandi della storia della musica, e qualche risultato posso essere felice di averlo ottenuto.
Tolto che andare a un concerto può risultare anche nell’immediato un’esperienza meravigliosa, alcune volte lanciarsi in un nuovo mondo comporta fatica, difficoltà a capire e – perché no – a tratti noia. Nessuno potrebbe leggere Proust senza aver imparato l’alfabeto, questo penso sia condiviso da tutti; eppure si crede che un Trio di Brahms debba risultare subito meraviglioso, altrimenti «pace, ci ho provato una volta e non mi è piaciuto». È normale che qualsiasi cosa abbia bisogno di spazio e di tempo per essere colta. La musica resta una delle manifestazioni artistiche più alte e la sua duplice natura di immediatezza e complessità può diventare anche un limite alla sua fruizione. Siamo depositari di un patrimonio meraviglioso, lasciategli la possibilità di affascinarvi, perché una volta che succederà vi troverete su di una strada sempre più meravigliosa!

Che cosa rappresenta per te tenere un recital per un ente dalla lunga tradizione come l’Unione Musicale?
Quando tre anni fa mi son trasferito a Torino l’ho fatto principalmente per la proposta musicale che la città offriva. Nel giro di pochi giorni dal mio arrivo avevo rigirato innumerevoli volte la mia stanza per trovare ogni possibile combinazione di armadio letto e pianoforte (immaginario, visto che ancora non era con me), avevo comprato una bicicletta e mi ero abbonato all’Unione Musicale. Quest’anno son felice di essere anche dall’altro lato del palco, in cartellone accanto a musicisti veramente d’eccezione e ringrazio l’Unione Musicale per questa splendida possibilità.

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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