Tra i brani che presentate a Torino ce n’è uno a cui vi sentite maggiormente affezionati? Perché?
C’è un brano che ci accompagna fin dalla nostra nascita e che in questi due anni è cresciuto con noi. L’abbiamo suonato e abbiamo smesso di suonarlo, l’abbiamo ripreso e stravolto, è stato oggetto di lunghe discussioni e specchio delle nostre trasformazioni. É il Quartetto op. 60 di Brahms che oltretutto ha anche a che fare con il nostro nome in modo del tutto casuale.
Quando è nato il gruppo c’era bisogno di trovare un nome velocemente e proprio quell’estate del 2016 alcuni di noi avevano letto I dolori del giovane Werther. Ad essere onesti, abbiamo scelto Werther senza troppo pensare, semplicemente perché ci piaceva come suonava. La fortuna è stata nello scoprire solo dopo che Brahms, in una lettera all’amico chirurgo Theodor Billroth, aveva alluso al protagonista del romanzo di Goethe per descrivere il suo Quartetto op. 60, il primo che abbiamo studiato. Il clima drammatico e talvolta di angoscia di questo Quartetto si può ricondurre agli anni della prima stesura che risale al 1855. È un periodo difficile nella vita di Brahms che vede l’amico Robert Schumann nel pieno della crisi che lo porterà al tentato suicidio nel Reno e alla morte in manicomio pochi anni più tardi.
Per questo motivo ci piace, suonando nella stessa sera il Quartetto “Werther” di Brahms e quello op. 47 di Schumann, ricreare quel filo sottile che lega la vita e i destini di questi due giganti della musica.

Qual è il momento più emozionante che ricordate nel vostro percorso musicale come Quartetto?
Sicuramente l’inizio del nostro percorso, quindi la nostra ammissione alla Scuola di musica di Fiesole. È successo tutto molto in fretta, nell’arco di due settimane. Creato il gruppo, abbiamo pensato a chi potesse seguirci in questo percorso: ognuno di noi conosceva e stimava i membri del Trio di Parma e sperava un giorno di potersi perfezionare con loro. Deciso quindi di iscriverci a Fiesole, notiamo tuttavia che l’esame di ammissione sarebbe stato da lì a due settimane e che non avremmo avuto il repertorio utile per sostenere l’audizione. Vinto lo sconforto iniziale, abbiamo cominciato a lavorare singolarmente e in quartetto per arrivare preparati. Superammo l’ammissione: ricordiamo ancora i nostri volti radiosi, felici di aver raggiunto quello che per noi era un traguardo fondamentale, un momento chiave per il nostro futuro.
In questi due anni di attività abbiamo vissuto molte esperienze, ma senz’altro un ricordo ormai indelebile è il nostro debutto alla International House of Music di Mosca e primo nostro concerto per l’Associazione “Musica con le Ali” che ci sostiene ormai da maggio. È stata una intensa e ricca esperienza: suonare il repertorio che più amiamo nel Tempio della Musica, calcando lo stesso identico palco che i nostri insegnanti 10 anni prima avevano riempito di musica.

Voi tutti avete collaborato anche con altre formazioni cameristiche. Quando avete fondato il Quartetto Werther che cosa cercavate di speciale? Qual è la vostra identità musicale (anche in divenire…)?
L’idea di fondare un quartetto con pianoforte è nata dal nostro amore per la musica da camera intesa come condivisione di un percorso di crescita musicale. Lavorare stabilmente con altre persone permette infatti di fare uno studio approfondito e una ricerca di un’identità di gruppo che non sarebbe possibile altrimenti, ma limitarsi a questo sarebbe restrittivo! La musica da camera per noi infatti è anche una lezione di vita: abbiamo dovuto imparare ad adattarci, a discutere su idee diverse e a saper trovare compromessi.
Questa esperienza si è mostrata fin dall’inizio diversa per impegno, entusiasmo e stima reciproca, e adesso è nata anche una bella amicizia! Tutti noi abbiamo inoltre delle idee comuni nel modo di far musica.
Il nostro intento è infatti quello di trasmettere al pubblico un’interpretazione fresca ed energica, partendo da una forte coesione e ascolto sul palco, aspetti fondamentali per la riuscita di un buon lavoro cameristico, ma non sufficienti. Vivere il suono come energia che non si distrugge mai, ma che si trasforma ed è sempre in evoluzione, quasi come un flusso continuo. Far sì che il respiro di ognuno di noi si fonda in un unico grande afflato sul quale confluiscano tutte le nostre idee che in qualche decimo di secondo perdono la loro eterogeneità per diventare una cosa sola. Così crediamo di comunicare al pubblico il più possibile le nostre scelte interpretative. Ovviamente cerchiamo di non trascurare lo studio dello stile, della partitura e dell’armonia in modo tale che la nostra personalità musicale acquisti maggiore consapevolezza e permetta di rendere manifeste le intenzioni originali dell’autore.

Qualche anno fa per un giovane musicista di talento l’unica possibilità di emergere era vincere un prestigioso concorso internazionale; oggi, nell’era digitale, a molti neo-virtuosi basta aprire un canale Youtube o un profilo Instagram per raggiungere immediatamente milioni di ascoltatori ottenendo grande visibilità, consenso e (spesso) contratti discografici. Secondo voi questo cambia in qualche modo la percezione che l’artista ha di se stesso, il valore della sua arte e il giudizio di pubblico e critica?
I social hanno luci ed ombre, presentano pericoli ed opportunità. Sicuramente ormai sono parte importante della nostra vita (musicale e non) e non usarli per una presunta scelta etica o morale significa privarsi di uno strumento molto importante per l’avvio di una carriera. Bisogna però conoscerne bene i rischi.
Una delle caratteristiche fondamentali dei social infatti è l’appiattimento (quasi) totale dell’autorità dei giudizi. Un like o una visualizzazione di un importante musicista o critico vale quanto quello di un non addetto ai lavori: il risultato è un po’ estraniante. Bisogna quindi cercare di mantenere un serena autocritica e non lasciarsi fortemente condizionare da giudizi positivi o negativi provenienti da Facebook, Instagram etc…
Il successo di un post singolo o di un profilo infatti spesso dipende anche da fattori extra musicali e deviano un po’ dall’arte in senso stretto. Non bisogna però guardare in maniera assolutamente negativa questo fatto, in forme diverse è sempre esistito! Spesso infatti capita di pensare a tanti bravissimi musicisti che nonostante abbiano vinto concorsi importanti dopo un breve periodo di fama cadono nel dimenticatoio. Sicuramente non è per cause artistiche!
I social rischiano di amplificare questo aspetto e ci stimolano ad essere sempre più veloci a cambiare forma per assecondare le richieste di un pubblico che è sempre più volubile.

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

Vai alla scheda concerto

Segui l’Unione Musicale sui Social Network:

Facebook: https://www.facebook.com/unionemusicale
Twitter: https://twitter.com/unionemusicale
Instagram: https://www.instagram.com/unionemusicale/
Youtube: http://www.youtube.com/unionemusicale