L’uno e l’altro, se parliamo di carriere, hanno conosciuto il successo precoce e la grande vetrina internazionale in modo quasi improvviso, certo gratificante. Parliamo di Leonidas Kavakos e Yuja Wang, il cui sodalizio recente rinnova i fasti di leggendarie accoppiate cameristiche del passato, tipo Busch e Serkin, Oistrakh e Richter o, venendo a un’epoca più vicina, Kremer e Argerich. A unire il violinista greco e la pianista cinese, separati anagraficamente da vent’anni giusti (va per i cinquanta Kavakos, per i trenta la Wang), e il comune dichiarato amore per la musica da camera, frequentata con passione intelligente non solo nelle pause concesse dalla prestigiosa attività solistica. Il primo incontro tra i due, non a caso, avviene nel 2013, durante il Festival di Verbier che e una di quelle manifestazioni che inducono volentieri al confronto musicisti con storie spesso diverse, grazie all’atmosfera informale creata dai luoghi. Il successo dal vivo viene poi sancito da un disco, interamente dedicato a Brahms.
Per Kavakos, questo sembra il completamento di un percorso brahmsiano importante intrapreso, discograficamente parlando, al fianco di Chailly. Per Yuja Wang e un’altra tappa nel viaggio di approfondimento intorno a un autore prediletto e già celebrato sia in chiave sinfonica sia in recital. La copertina del cd citato, dove entrambi appaiono sorridenti e sportivi (e Kavakos sembra quasi un coetaneo della collega cinese), rivela qualcosa dell’approccio colloquiale, dunque accattivante, al repertorio. Il Brahms dei due e esemplarmente chiaro, espressivo ed al riparo da qualsiasi enfatizzazione.
Più in generale, queste caratteristiche si addicono al concetto di musica d’insieme perseguito da Kavakos e Wang, capaci di rinunciare all’immagine protagonistica che li ha resi delle star per far leva, in duo, su optional di pregio più ricercato: ci riferiamo all’intonazione straordinaria esibita dal violino, come pure alla delicatezza dei dettagli inseguiti dal pianoforte. Lo studio assiduo del colore li ha portati a proporre in concerto Debussy, mentre la tendenza a una cantabilità suadente e alla base dell’interesse per Schubert.
Bartòk e Janaček, infine, sono autori presi in considerazione in esito a una stimolante ricerca sul suono e come banco di prova sul piano dell’intesa ritmica. Kavakos di recente ha inciso un album di highlights (con Enrico Pace) intitolato semplicemente Virtuoso; ma anche Wang compare spesso in progetti promossi da immagini fantasiose e coloratissime. Le case discografiche, si sa, amano veicolare lo stereotipo dell’artista-personaggio, ma non ce ne sarebbe bisogno, in questo caso: la maturità interpretativa di Kavakos e la solida tecnica di Yuja Wang sono garanzia di eccellenza e confermano, ove mai occorresse, che la somma di due talenti non e solo un fatto aritmetico. [Articolo di Stefano Valanzuolo]

{Originale su www.sistemamusica.it }

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