Quando e in che occasione si è formato il Trio Juvarra?
Il nostro gruppo nasce come esperimento del nostro insegnante di musica da camera, Antonio Valentino, che cinque anni fa decise di mettere insieme tre persone che non si conoscevano ma che lui riteneva fortemente compatibili. La scommessa fu tanto più ardita dal momento che iniziammo subito con il Trio op. 8 di Brahms, caposaldo della letteratura per questa formazione; con pochissima esperienza cameristica alle spalle, ma sulla scia dell’entusiasmo, ci lanciammo nell’impresa che rivelò immediatamente una speciale alchimia fra noi.

A che punto è il vostro percorso di formazione? Che cosa desiderereste per il vostro futuro sia di singoli musicisti e sia di gruppo?
È difficile individuare sia il punto d’arrivo sia il nostro “stato attuale”, in un percorso illimitato come quello della crescita musicale, ma indubbiamente abbiamo tanta strada da fare per avvicinarci alla dimensione professionale dell’essere musicisti. Desidereremmo esperienze formative all’estero, alle quali stiamo lavorando, per poter lavorare approfonditamente su noi stessi e sul repertorio. L’obiettivo è la costituzione di una chiara identità di ognuno di noi così come del gruppo, e sviluppare una maggiore coscienza critica e conoscenza degli autori, abbattere gli ostacoli che possono frapporsi tra la nostra idea e il risultato della performance.

Che cosa vi piace ascoltare?
Ognuno di noi ha diversi gusti musicali, in particolare per quanto riguarda i generi differenti dalla classica, che, va detto, la fa da padrona. Andrea è specializzata nel trash anni Novanta, Mirko sta vivendo una scoperta adolescenziale della musica più ruvida, Martino ne fa le spese.

Che cosa direste a un vostro coetaneo per invitarlo a frequentare i concerti di musica classica?
Innanzitutto che non è necessariamente elitaria, riservata a poche persone “iper-competenti”. Come qualsiasi forma d’arte può essere, a seconda dei casi, più o meno complessa e fruibile ma in quanto tale va sperimentata e vissuta: non ci si pone tanti problemi di fronte a un quadro o a una scultura, ci sentiamo liberi di assaporarne la bellezza. Invece con la musica classica spesso si avverte una sorta di timore reverenziale, dimenticando che si tratta comunque dell’espressione di emozioni, dunque rivolta a tutti coloro che abbiano la sensibilità e la disposizione d’animo di viverle col cuore.

Che cosa rappresenta per voi tenere un recital per un ente dalla lunga tradizione come l’Unione Musicale?
Si tratta senza dubbio di un onore incredibile, siamo infinitamente grati all’Unione Musicale, al Conservatorio di Torino e al maestro Valentino per l’occasione. L’emozione di cimentarsi con questa sfida rende trepidante l’attesa; speriamo di offrire il meglio delle nostre capacità e condividere con il pubblico un momento magico.

 

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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