Il Trio Johannes è composta da musicisti affermati e impegnatissimi: come riuscite a conciliare le varie attività orchestrali (Manara e Polidori sono prime parti dell’Orchestra del Teatro alla Scala), didattiche e gestionali (Voghera è docente e vice direttore del Conservatorio di Torino), nonché logistiche?
Non è mai stato un problema: quando fai musica e ti ci dedichi con l’anima e il corpo, non è che le difficoltà non esistano, semplicemente non le vedi e continui a studiare, provare e far musica con la massima disciplina e passione possibile.

Aggiornateci: quali sono state le ultime tappe delle vostre carriere?
Un momento recente molto importante è stato il debutto al Teatro alla Scala di Milano con il Trio di Ravel. È vero che Massimo e Francesco lì sono di casa, ma in trio non avevamo mai suonato ed è stato indimenticabile. Un’ altra tappa significativa è stata l’esecuzione del Triplo concerto di Beethoven con l’Orchestra Filarmonica di Torino in piazza San Carlo, nell’ambito del Festival Beethoven del Comune di Torino, davanti a più di diecimila persone: difficile scordare la piazza gremita e il cielo estivo di quella sera. Di grande importanza è stato anche il completamento della registrazione brahmsiana dei Trii e dei Quartetti con pianoforte per Amadeus e, soprattutto, l’esecuzione di tutta la musica da camera per pianoforte e archi, sempre di Brahms, grazie a un progetto voluto dall’Accademia di Musica di Pinerolo, realizzato su quattro anni. E poi, certamente, ogni concerto che teniamo per l’Unione Musicale rappresenta una tappa fondamentale.

Il palcoscenico del Conservatorio di Torino vi ha visti studenti. Che effetto fa tornare a suonare insieme in questa sala?
È sempre molto emozionante tornare e la magia che crea il palco del Conservatorio mescolata ai tanti ricordi fa sì che ogni concerto a Torino sia speciale.

L’Unione Musicale ha appena compiuto 70 anni e voi l’avete vissuta fin da ragazzi come ascoltatori e professionisti. Quale rapporto vi lega a questa istituzione?
A contrappunto doppio. L’Unione Musicale è un punto di riferimento per l’ambiente musicale di Torino e tutti i giovani musicisti sognano, prima o poi, di essere presenti nel cartellone di una società concertistica tra le più prestigiose d’Italia. L’Unione ha saputo tenere il passo con i tempi e si è arricchita di numerose iniziative nelle quali trovano spazio tantissime promesse italiane e straniere, e sono numerosi i progetti in collaborazione con il Conservatorio di Torino, sempre molto attento nel cogliere ogni occasione per valorizzare il talento dei suoi studenti. Una politica di questo tipo non può che fidelizzare il pubblico torinese e tutti i musicisti che sentono questa associazione come un punto di riferimento importantissimo nella loro vita artistica.

Come nasce l’idea di accostare in questo concerto proprio il Trio in re minore op. 63 di Schumann e il Trio in mi bemolle maggiore op. 100 D. 929 di Schubert, due capisaldi del repertorio per il vostro organico?
Il Trio in re minore di Schumann costituisce un brano emblematico della complessità romantica e, pur essendo il primo trio dell’autore, rappresenta un capolavoro della maturità cameristica schumanniana: giunge, infatti, niente po’ po’ di meno che dopo i Quartetti per archi op. 41, il Quintetto op. 44 e il Quartetto per pianoforte e archi op. 47. I suoi due tempi più elaborati sono il primo e il quarto, tra i quali sono incastonate due gemme come lo Scherzo e l’Adagio, un po’ come avviene nell’op. 100 di Schubert. Aggiungiamo poi l’enorme ammirazione di Schumann per il collega viennese; fu infatti proprio Schumann a scoprire in un cassetto il manoscritto de La Grande, oltre che l’importanza della produzione liederistica di entrambi gli autori, sempre presente nella loro musica strumentale, come una linfa vitale e primigenia.

Qual è il vostro rapporto con i social media?
Ambivalente, come penso per tutti coloro che attraverso i social promuovono il loro lavoro. Bisogna farne un buon uso e non abusare della facilità con la quale si può presenziare la rete, sia con materiali video sia audio. Siamo tentati di pensare che ci sia sempre qualcosa di finto nella rete. Seconso noi la musica esiste solo quando è suonata e ascoltata dal vivo e, in questo senso, il “social” che più ci interessa è il pubblico delle sale da concerto: l’unico che per noi conti veramente, l’unico che possa rendere realmente vitale un’esecuzione.

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