Maestro, come ha scelto il programma che eseguirà per il pubblico dell’Unione Musicale?
Haydn e Beethoven sono stati una scelta ovvia, visto che ho registrato il mio primo disco solista con queste sonate nel 2013. Per quanto riguarda i Quattro Scherzi di Chopin, trovo che si adattino molto bene al mio programma, come seconda parte di questo concerto speciale (è la mia prima a Torino!). Inoltre sto per incidere questi brani per Sony Classical.

Quando ha scelto di diventare musicista professionista? Altrimenti che cosa le sarebbe piaciuto fare?
Essendo io l’erede di una lunga dinastia di musicisti, la scelta per me è stata chiara fin da subito. Ho iniziato a prendere le mie prime lezioni di pianoforte da mio padre, quando avevo cinque anni.

L’incontro con Maria João Pires che cosa le ha donato, sia dal punto di vista umano sia professionale?
Maria-João Pires ha cambiato radicalmente il mio approccio alla musica, per non dire altro! Quando lavoriamo insieme, c’è uno scambio naturale di idee musicali tra di noi. Mi ha aperto la mente su come accostarmi ai grandi compositori e servire la loro musica: con poche parole riesce a cambiare il mio approccio complessivo. Maria-João Pires conferisce una sorta di magia filosofica alle sue spiegazioni ed è disposta a condividere generosamente con me i suoi piccoli segreti sulla musica.

Secondo lei, quali sono le strategie più efficaci per attrarre nuovo pubblico (e specialmente giovani) all’ascolto della musica classica dal vivo?
Onestamente credo che non possiamo costringere il cuore o la mente di nessuno ad andare ai concerti di musica classica. La scelta deve provenire dal cuore, se posso esprimermi così. La musica classica non è un prodotto di consumo di massa: esiste da molti secoli, senza il bisogno di consulenti in marketing!

Qualche anno fa per un giovane musicista di talento l’unica possibilità di emergere era vincere un prestigioso concorso internazionale; oggi, nell’era digitale, a molti neo-virtuosi basta aprire un canale Youtube o un profilo Instagram per raggiungere immediatamente milioni di ascoltatori ottenendo grande visibilità, consenso e (spesso) contratti discografici. Secondo lei questo cambia in qualche modo la percezione che l’artista ha di se stesso, il valore della sua arte e il giudizio di pubblico e critica?
A mio parere i concorsi internazionali sono diventati un po’ come le corse dei cavalli… Il vincitore non dovrebbe essere il musicista che suona veloce e senza errori, ma colui che mostra una reale comprensione del senso della musica, colui che commuove profondamente il suo pubblico. Rostropovich diceva che un vero musicista non ha mai vinto il primo premio…
Per quanto riguarda i canali come YouTube, sono un po’ perplesso, perché chiaramente aiutano alcuni artisti ad arrivare a un pubblico più ampio, ma ciò significa necessariamente che milioni di visualizzazioni siano da interpretare come una prova di qualità?

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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